Ufficio Confessioni

L’ufficio era situato in un grigio edificio all’angolo della 25° Avenue e la 40°, nella zona periferica della città, una zona sorta per fare da dormitorio agli operai e impiegati che affollavano il centro, senza nessuna attrazione turistica, desolata come solo l’abbandono sociale permette. Per accedere all’ufficio bisognava citofonare lì dove l’etichetta mezza sbiadita del campanello recitava:
“UFFICIO CONFESSIONI”.
A dispetto dell’esterno, l’ufficio era in buono stato, il corridoio e le stanze erano ordinati e le pareti pitturate di un grigio leggero erano senza macchia.
Nell’ufficio Confessioni non esisteva la sala d’aspetto, i clienti che vi si rivolgevano erano abituati ed esigevano una estrema privacy e quindi la struttura era concepita in modo che nessuno, nemmeno gli impiegati stessi, potessero vedere in faccia i clienti.
Peter e Jack, in piedi davanti alla macchinetta del caffè, aspettavano senza aprire bocca che uscisse la propria taumaturgica bevanda, un nettare capace di rinvigorire anche la più sonnolenta delle giornate. Jack era un tipo allegro, forte dell’energia della gioventù e della ingenuità: era ancora in grado di sorridere nel luogo di lavoro, il cinismo che tutte le passioni appiattisce ancora non aveva fatto breccia nel suo cuore. A Peter questa euforia di Jack dava sempre un senso di sbalordimento e ogni volta che lo vedeva sorridere, parlando di qualsiasi cosa gli venisse in mente, Peter rivedeva sé stesso 30 anni prima, giovane e con tanti progetti, ma sempre davanti alla stessa macchinetta. Ascoltava distratto i discorsi di Jack, ogni tanto rispondeva distrattamente alle domande retoriche del collega con parole rituali che tutti i discorsi aggiustano, tipo “d’altra parte”, oppure “d’altronde”, intermezzato da un più paziente “che ci vuoi fare”. Ma dentro di sé si sentiva in imbarazzo per l’insensibilità di Jack e si domandava come potesse non capire che non gliene fregava niente di quello che stava blaterando.
“A un certo punto la signora mi fa…”, disse Jack imitando la voce di una vecchia signora, “…E allora ho preso il formaggio che piace tanto al mio cane Pedro, lo so che il veterinario dice che gli fa male ma non ho resistito, e me lo sono spalmato sulla…”
Jack non riuscì a trattenere una risata, che più che una risata sembrava un grugnito, talmente strana da apparire simpatica e disse:
“Stavo sul punto di scoppiare. ma poi mi sono imposto di pensare come un professionista e le ho risposto con uno studiato: quante volte figliola?”
Rise un’altra volta e partì un altro grugnito, poi tornò improvvisamente serio e disse: “Ho sentito la fine, ho messo il timbro alla confessione e devo dire che ho sentito un moto di orgoglio proprio qui.”
E mentre lo diceva indicò un punto indefinito sul petto all’altezza del cuore. Nel dire quelle parole il suo petto si era gonfiato di orgoglio. “Chissà perché?”, si domandò Peter, forse perché quando si raccontano episodi eroici si vorrebbe infarcire la storia di così tanti dettagli che l’aria del non detto rimane intrappolata nei polmoni gonfiandoli. Ma, nella sua mente, iniziava a conflagrare l’accostamento delle parole “eroe” e “confessioni” e un brivido gli attraversò la schiena. Si morse la lingua in modo da non far esplodere il suo pensiero e tacque. Sei mesi prima aveva fatto l’errore di dire allo stagista che c’era prima di Jack cosa pensasse realmente e l’aveva dovuto far licenziare, inventandosi un sacco di bugie.
“Ma d’altronde… che ci vuoi fare”, disse Peter girando la testa verso l’ufficio vuoto, combo magica che dava un segno universale a chiunque che la conversazione era finita. Pur essendo immerso in una stolida insensibilità, Jack capì l’antifona dicendo: “andiamo ad aiutare qualche povero Cristo.”
Peter strabuzzò gli occhi a quell’affermazione, le guance di Jack divennero paonazze e una manciata di secondi amplificarono l’imbarazzo, colorandogli le gote di viola fino a che disse di getto: “Stato benedetto, scusa: ti prego, abbi pazienza, scordati di quello che ho detto, lo so che potrei essere licenziato, ma l’ho detto senza pensare, non sono religioso, è che mia nonna è tanto vecchia ed è cresciuta nell’era barbarica. Usa un sacco di queste espressioni proibite nonostante l’EDITTO DI SOPPRESSIONE DELLE RELIGIONI… ogni volta dice, sono vecchia che mi vengano a prendere per D(io)…”
Peter, ripresosi dallo stupore, ora accennava a uno strano sorriso, un angolo della bocca si era alzato andando in soccorso di Jack che, vedendolo, abbassò le spalle sollevato dicendo:
“Devo proprio stare più attento a quello che dico, fortuna che mi è scappata con un tipo comprensivo come te!”
Peter un po’ si infastidì a quelle parole un filo presuntuose… del resto chi gli assicurava che sarebbe stato zitto e non avrebbe fatto rapporto?
In ogni caso ora vedeva solo la nuca di Jack che si allontanava e la voglia di finire la giornata era più allettante della stizza che gli era salita.
Tornò nel suo ufficio e si mise a sedere nel “Confessionale” accanto alla finestra opaca, aggiustò l’altezza del microfono, accese la luce che indicava la disponibilità del funzionario pubblico allo sportello e attese.
L’attesa non durò molto e un click fece scattare la luce verde in rosso, segno che un cliente era dall’altra parte del vetro. Con gesti meccanici che ripeteva da anni, Peter accese il microfono e disse la frase rituale che avviava ogni confessione:
“Benvenuto figliolo, secondo la legge 198 del nuovo Codice Epurato, comma 15, vieni qui a confessare i tuoi peccati. Tutto quello che dirai equivale alla cancellazione di ogni addebito da parte dello Stato. Con l’apposizione del timbro è pagata l’ammenda, ogni debito con lo Stato sarà risolto e niente di quanto confessato potrà essere usato in sede civile o penale nell’ambito di alcun processo. Se la confessione non dovesse alleviare il tuo stato di ansia puoi far richiesta di uno psicologo specialista. Lo Stato garantisce l’anonimato, Io sono l’impiegato matricola 11745… dimmi, quante volte figliolo?”
La voce che prorompeva dall’altoparlante era deformata e Peter si trovò a chiedersi se anche la propria voce suonava in quel modo strano alle orecchie del cliente; poi alcune parole catturarono la sua attenzione riportando la concentrazione sul cliente stesso.
“… mi perdoni matricola 11745, perché ho molto peccato…”
“che cosa hai fatto figliuolo?”
“Io ho…”
Ci fu un lungo silenzio… Peter era ormai esperto e sapeva che la confessione aveva due fasi, almeno secondo i “Manuali di Condivisione dell’Ansia”, testo base per l’addestramento di ogni confessore. La fase uno, chiamata “l’accumulo”, serviva al cliente per accumulare appunto il coraggio necessario per passare alla seconda fase, ovvero “la confessione” vera e propria, mentre la fase di passaggio tra la numero uno e la numero due era chiamata “il rilascio”.
Peter si strinse nelle spalle con un moto di paura: sapeva benissimo che più la fase numero uno era lunga, più l’emozione del rilascio sarebbe stata forte e con la vecchiaia Peter non sopportava più le emozioni della confessione. Era per questo che era stato istituito l’ufficio Confessioni. Senza Religioni l’ansia della vita moderna generava strane anomalie e, se non venivano scaricate con una confessione, si rischiava di impazzire. Il problema per Peter però era che se il cliente con la confessione si liberava di un peso, questo peso non spariva di certo, si depositava semplicemente sulle spalle di qualcun altro. Certo era per questo che i clienti pagavano, pensò Peter: “con quattro spicci e un pentimento loro diventano più leggeri di una piuma, ma io?”
Per distrarsi inseguì per un attimo le proprie fantasie in modo da subire meno il colpo del rilascio e pensò che ogni professione, ha la sua malattia cronica. “Chissà se esiste una bilancia che pesa le emozioni?”, si domandò, poi pensò al tecnico che tarava le bilance emozionali e a chissà quale evento della vita avrebbe potuto portare a dire a un bambino: “da grande voglio tarare le emozioni”.
Il cliente stava ancora in silenzio e allora Peter diede il primo ‘attenuatore di tensione’: “Coraggio figliolo, tutto si risolve.”
Peter sperò che il cliente rimanesse in silenzio; l’esperienza gli diceva che bastava un solo attenuatore per il rilascio, d’altra parte erano confessioni spontanee e al cliente non provvisto di coraggio bastavano poche parole per confessare. Poi, se il primo attenuatore non fosse bastato sicuramente se ne sarebbe andato via senza confessare. A quel cliente però fu sufficiente e iniziò la sua confessione: “Ho il sospetto che mio marito mi tradisca.”
Peter restò in silenzio, dato che non c’era ancora niente per cui chiedere il perdono.
“Sono mesi che ogni giorno mio marito parte da casa con la scusa di andare a lavorare, ma io non gli credo. Mi ha detto che lavora per lo Stato, ma non mi dice mai niente di più. Non mi parla dei colleghi, di che lavoro si tratta, niente di niente.”
Peter fece un cenno con le spalle, non sapeva chi fosse il marito della signora ma era una condizione a lui familiare… i confessori non potevano dire a nessuno che mestiere facessero, era una sorta di protezione dell’impiegato e soprattutto del cliente… con quello che sentiva il confessore c’era da aver paura. Peter attese che la signora continuasse la sua confessione per arrivare velocemente all’assoluzione.
“Una volta ho anche telefonato al numero che mi aveva lasciato, ma la signorina che ha risposto mi ha detto che era occupato e non ha voluto passarmelo. La sera quando è tornato a casa gli ho chiesto il nome della troia e lui? Niente. Si è pure arrabbiato, mi ha detto di non conoscere nessuna centralinista e poi, come se non bastasse, quella sera non abbiamo nemmeno fatto sesso.”
Peter era sempre più perplesso, proprio non riusciva a capire quale fosse la confessione da timbrare in tutte quelle parole, quindi attese che la cliente continuasse.
“Così il mattino seguente non appena è partito per andare al lavoro ho chiamato il suo migliore amico con la scusa di un rubinetto guasto in cucina e mi sono fatta scopare.”
Peter restò in silenzio, non approvava la soluzione della signora ma erano sempre fatti personali; dopo un lungo silenzio la signora riprese: “Non dici niente eh? Bene, il giorno dopo invece quando mio marito è andato al lavoro ho telefonato al suo ex datore di lavoro, quello che lo aveva licenziato, e gli chiesi se conosceva due o tre amici che avessero voglia di fare nuove esperienze… ci abbiamo passato quasi tutta la mattinata.”
La signora fece una lunga pausa come per vedere che effetto facessero le sue parole ma Peter si ricordava del detto che “a volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio” e comunque, non trovando alcun peccato da perdonare e non sapendo cosa dire parti con un: “Ma figliola…”
Venne poi subito interrotto dalla voce della cliente che man mano che raccontava la sua storia si caricava di una leggera furia: “Così sono andata avanti una settimana ma quello stronzo non si accorgeva di niente, tornava dal lavoro sempre con il petto gonfio come se avesse salvato il mondo ma non mi raccontava niente, e allora io giù a ripagare il tradimento con il tradimento.”
La cliente aveva cominciato ad urlare e la voce già distorta adesso usciva quasi incomprensibile dalla cassa.
“Fino a che stamattina l’ho seguito, e… e… e ho visto che sei entrato qui, brutto figlio di puttana, come hai potuto? Sei un confessore di merda… il segreto! Certo, dovevi mantenere il segreto!”
Dalla cassa si udì il tonfo della cliente che piombava sulla sedia; una breve pausa poi scoppiò in singhiozzi.
“Però l’ho fatto per amore, ti giuro che ti amo! Anzi adesso che so che lavoro fai, io so che mi puoi perdonare, lo fai per mestiere no?! La gente viene qui, ha fatto i peccati più orrendi ma con qualche soldo e un timbro si esce puliti… dimenticato tutto no?” diceva la cliente tra i singhiozzi.
“…E dai, ti prego dimmi che mi perdoni, non potrei vivere sapendo che non sentirò mai più la tua risata da porcellino.”
Peter strabuzzò gli occhi e si lasciò sfuggire un: “La moglie di Jack?”
Improvvisamente si fece il silenzio, Peter sentì aprirsi la porta dal lato del cliente per poi chiudersi violentemente, mentre dentro di sé pensò: “che lavoro di merda!”.
