Musica e Tetris

Musica e tetris
Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum
Sancte Iohannes1

Per quanto non ci sia niente di più santo del suolo consacrato e le adorate mura, non nel senso di adorazione da parte della mia sola spiritualità, ma piuttosto dalle preghiere dei fedeli che hanno elevato la santità di queste semplici rocce fino a farle divenire scala verso il divino, dicevo, per quanto sacre, anche le mura di una chiesa hanno a volte infiltrazioni d’acqua. Forse la colpa o il merito è proprio di quel buon Dio che tanto veneriamo, a ricordarci in questo modo che non è la roccia costruita dall’uomo ma la natura, Suo specchio e figlia a essere sacra perché unica emanazione del Suo disegno.
Fu quindi per una perdita d’acqua che il mio superiore mi inviò ad investigare all’interno della polverosa Biblioteca Vecchia della basilica di San Francesco di Assisi.
Vecchia di anni, gli scaffali seguivano un percorso dettato dallo stratificarsi delle epoche piuttosto che l’iter di un degno filologo, e fu così che, quale novello investigatore a guisa di un Guglielmo da Baskerville, tubo da mezzo pollice e chiave inglese, mi aggiravo tra i libri di quella chiesa, cercando la perdita che tanto minacciava i preziosi tomi. Più che intelligente come Guglielmo in verità mi sentivo stupido di gioventù come Adso da Melk, perché era già molto tempo che non riuscivo a trovare il tubo che perdeva. Eppure dal piano inferiore il mio senso dell’orientamento mi diceva che era proprio qui, nel settore della letteratura russa che doveva esserci il guasto. Preso dalla disperazione appoggiai il capo su uno scaffale, ma la mia disperazione non aveva fatto i conti con l’orgoglio del legno, che, spiaciuto di essere toccato senza permesso, cedette all’improvviso, in un moto di altero ribrezzo, facendo cadere i libri che sosteneva.
Non c’era nessuno nella sala ma sentii chiaramente le mie guance irrorarsi di sangue e cercai di rimettere a posto tutto come prima; tanto però la vergogna aveva fatto da motore alle mie membra che i tomi fecero prima a tornare al posto che a cadere.
Ma per terra un libro se ne stava a coste aperte, mostrandomi i propri oscuri segreti. Non tanto la chiara allusione sessuale attirò il mio sguardo, quanto piuttosto i simboli che vidi, disegnati su quelle pagine: alla prima credetti di scorgere degli schemi del gioco del tetris. Rimasi sbigottito, non tanto per il gioco in sé, che tra l’altro adoro. Anzi, se dovessi un giorno essere ricordato da un postumo archeologo sventurato che si dovesse imbattere nella mia cronologia Facebook, non delle mie affermazioni, non delle mie preghiere ma solo della mia maestria nel tetris, vorrei che l’archeologo in questione facesse moto di gioia e condivisione. Comunque, fui davvero sbigottito per il fatto che quegli schemi fossero tracciati in pagine tanto vecchie, antecedenti all’era elettronica.
Era un libro vecchio, un’edizione elegante, con le coste in pelle dalla rilegatura spessa. Le pagine, una volta ordinate e allineate da sapienti mani, erano ormai lievemente disordinate, ingiallite non dal grasso delle dita che avidamente l’avrebbero potuto sfogliare, quanto da un costante lavorio del tempo. Le lettere erano tracciate in caratteri romani e la lingua nella quale il volume era stato scritto era sicuramente il russo, per via della “я” rovesciata che da sempre nel mio immaginario significa russo dall’Est, cioè al contrario nostro.
Al posto nel quale di solito si trova il nome dell’autore c’era scritto “Иванов Иван Иванович” e più in basso vidi la traduzione scritta su un nastro adesivo: “Ivanov Ivan Ivanovich”, messa lì credo da qualche generoso monaco.
Il titolo che campeggiava al centro della copertina recitava “Коробейники” .
L’immagine che attirò la mia attenzione e che riproduco qui sotto è una rappresentazione moderna di quello che vidi in quel tomo e che ora posso disegnare solo a memoria:

Già questa coincidenza era cosa mirabile dettata dal mirabile caso ma più sotto, su di un pentagramma, erano disposte le sette note, a partire dalla nota tagliata in testa che tutti i musicisti chiamano “Do”. Allora intuii che quello che il libro suggeriva era una corrispondenza tra le figure del tetris e le note musicali.
In pratica, al posto della denominazione classica, ovvero Do, Re, Mi, Fa, Sol, La e Si (o A, B, C, D, E, F, G, per la notazione inglese) il libro usava I, S, T, L, O, J e Z e cioè i caratteri che somigliano ai pezzi del tetris e che ne danno il nome.
Da bravo appassionato del gioco so che il sant’uomo che inventò il mirabile gioco si chiamava Aleksej Leonidovič Pažitnov: “[…] mentre gli industriosi ed egregi spiriti col lume del famosissimo Pac-Land e di altri seguaci si sforzavano di dar saggio al mondo sul valore che la benignità del digitale e la proporzionata mistione dei bit aveva dato agli ingegni loro e, desiderosi di imitare con l’eccellenza dell’arte la grandezza della natura, per avvicinare più che potevano a quella somma cognizione che molti chiamano intelligenza, il benignissimo Rettor del Cielo volse clemente gli occhi a terra e, veduta la vana infinità di tante fatiche, gli ardentissimi studii senza alcun frutto e la opinione presuntuosa degli uomini, assai piú lontana dal vero che le tenebre dalla luce per cavarci di tanti errori, si dispose mandare in terra uno gioco […] (cit. Giorgio Vasari)”. Ecco dunque che il 6 giugno 1984, con l’intenzione di incastrare la matematica combinatoria dei tetramini con il tennis, da qui appunto il nome tetris, nacque il celeberrimo videogame.
Una proprietà del tetramino (appunto la figura geometrica creata con l’uso di quattro quadrati) è che le combinazioni possibili sono esclusivamente sette, in pratica si esauriscono esattamente nel numero di note contenuto in una scala diatonica. Ovviamente è una legge matematica che governa “l’ars combinatoria” del tetramino, esattamente come una legge matematica sta alla base della scala musicale.
Se ricordo bene la leggenda vuole che la scala diatonica fu scoperta da Pitagora il quale un giorno, passando davanti a un fabbro, si accorse che i martelli producevano un suono diverso a seconda della grandezza. Incuriosito il filosofo tornò a casa, appese una corda al soffitto e la pizzicò ottenendo un “Fa”. Questa nota vibra a una determinata frequenza e, eliminata l’ottava che è la stessa nota al doppio della frequenza, la nota successiva che suona in consonanza perfetta con il Fa è il Do, la quinta giusta. La cosa che sconvolse Pitagora, che faceva dei numeri degli dei, è che il Do (la quinta) sta ad un rapporto di 3/2 dal Fa, i numeri che da sempre si associano al divino. Ora che aveva le chiavi del divino in musica e aveva calcolato il rapporto con il sacro non bastava che portare il ragionamento alle sue estreme conseguenze. Partendo dal Fa e procedendo per intervalli di quinta si ottiene infatti questa sequenza: Fa, Do, Sol, Re, La, Mi, Si… Fa#.
Quando si arriva al Si la quinta seguente cade in Fa#, ma volendo fare una scala diatonica (e cioè una successione di note con nomi sempre diversi) non possiamo mettere nella stessa scala un Fa e un Fa# e quindi ci dobbiamo fermare. Riordinando il nome delle note a seconda delle frequenze ascendenti abbiamo la famosa scala Do, Re, Mi, Fa, Sol, La e Si. Non conosco il russo ma ho studiato canto gregoriano, e dalle foto che seguivano nel libro sono riuscito ad associare i tetramini alle “nostre” note musicali nel seguente modo:

Mi è parso subito chiaro perché l’autore abbia usato l’asta dritta per simboleggiare il Do (la tonica): anche visivamente è la nota della scala più statica in assoluto, la tonica è il motore immobile verso il quale tutte le note di una canzone tendono, come direbbe Aristotele. La scelta del quadrato per il Sol poi è bellissima: la quinta (la dominante) è l’unica nota che suona perfettamente all’unisono (in un sistema “ben temperato” studiato da Bach), mentre la figura che rappresenta la terza (la mediante) nota che dà il carattere di maggiore o minore a tutto un accordo è perfetta. Le figure del Re e del Si ben dimostrano con la forma la vicinanza di frequenza al Do e la forte dissonanza che questi suoni producono.
Andai avanti a sfogliare il libro e vidi che le sette figure ora si cominciavano a combinare come a mostrare visivamente alcuni intervalli musicali:

Andando ulteriormente avanti, gli esempi che il libro mostrava erano addirittura concezioni armoniche veramente all’avanguardia che solo negli anni Quaranta e Cinquanta il Jazz avrebbe studiato e mostrato al mondo ma che nella geometria sono solo belle figure:

Ma la magica bellezza si interruppe alla comparsa di questa immagine:

Alla vista della scritta latina che recitava “diabolum nominee”, sopra quello che doveva certamente essere un accordo, una terribile paura mi morse il cuore che, reso più piccolo dal serrarsi di invisibili mascelle accelerò il battito; la veste talare di solito comoda e spaziosa divenne uno svolazzio di acqua vischiosa che impacciava i movimenti. Dimentico del motivo che mi aveva portato in quei luoghi, gettai il libro per terra e la vergogna che provavo ora era del tipo che svuota la testa dal sangue. Corsi via, tornai all’aria aperta e a grossi respiri recuperai la mia tranquillità esteriore.
Chissà però qual è il suono di quell’accordo?

  1. Ut queant laxis è l’inno liturgico dei Vespri della solennità della natività di San Giovanni Battista che ricorre il 24 giugno e che dà il nome alle note musicali. La fama di questo inno di strofe saffiche, scritto dal monaco storico e poeta Paolo Diacono, si deve a Guido d’Arezzo, che ne utilizzò la prima strofa per trarne i nomi delle 6 note dell’esacordo: Ut-Re-Mi-Fa-Sol-La. ↩︎