Bessie, Nina e tutte le altre

Prefazione

“Tutto comincia dal cotone”. Con questa frase brutale e diretta si apre un racconto che non è solo musicale, ma profondamente umano e politico. “Bessie, Nina e tutte le altre” non è un semplice tributo alle grandi voci del jazz; è un’indagine ironica e dolente sulle radici di un popolo che ha dovuto cantare per “sentirsi libero nonostante le catene”.

Dalle piantagioni della Virginia ai palchi dorati del Vaudeville con Bessie Smith, dai vicoli di Harlem dove Billie Holiday imparava a sopravvivere alla fame, fino all’impegno civile di Nina Simone, l’opera ripercorre le tappe di una rivincita collettiva. Il testo mette a nudo le ipocrisie del razzismo e della discriminazione di genere, celebrando l’arte come “mirabile livella sociale”.

In un’epoca di omologazione, queste storie ci ricordano che il Blues non è solo uno stile musicale, ma la vita stessa: “sangue, sudore e lacrime” trasformati in una bellezza che appartiene a tutti noi. Una preghiera laica rivolta a chiunque creda che il mondo possa essere migliore attraverso le nostre azioni e le nostre canzoni.

Bessie, Nina e tutte le altre

A sinistra del palco si vede uno sgabello illuminato, al centro, dietro al microfono, c’è un separé retroilluminato con un appendiabiti pieno di vestiti e a destra un leggio da chiesa, tipico dei predicatori americani.

Il Chitarrista entra, imbraccia la chitarra, si siede sull’alto sgabello e incomincia a suonare le note di Amazing Grace.

Mentre le note vanno il Narratore entra camminando pensieroso sul palco.
La silhouette della Cantante si scorge dietro il separé ed ha addosso una tuta attillata, durante il concerto indosserà i panni delle cantanti che presenterà.

Il tono di tutta l’opera è ironico.

Dopo alcuni momenti il narratore raggiunge il leggio e dice:

In fondo tutto comincia dal cotone.

Da quando l’America cominciò a coltivare la terra con il sistema delle piantagioni.

Tanto per essere chiari una piantagione è un enorme pezzo di terra coltivato con un solo tipo di pianta, non ha bisogno di tanta attenzione, la natura fa da sé, ci vogliono soltanto molte braccia per piantare, molte braccia per raccogliere.
Punto.

Quando noi bianchi inventammo questo tipo di coltivazione ci stabilimmo in Africa nell’isola di Sāo Tomé appena sotto la Nigeria, era il 1520, i negri erano già sul posto e costavano poco.

Uso la parola “negro” non in senso dispregiativo, non oggi, non stasera che sono qui a rendere omaggio alla musica di questo grande popolo. La uso perché so che è un pugno nello stomaco delle persone per bene, per esorcizzare la maledizione di quei bastardi che usano ad una serie di lettere per deridere un fratello, anche se di diverso colore.

Dicevamo, i negri erano sul posto, ma una volta raccolto il cotone servivano le navi per portarlo in Europa e le navi di quel tempo non sempre arrivavano a destinazione.

Perdere una nave poteva portare alla rovina un armatore; perdere il cotone invece poteva portare alla rovina un commerciante; l’unica cosa della quale non fregava niente a nessuno era perdere un mucchio di vite umane e allora qualche “genio” deve avere fatto 2+2 e propose: perché non piantiamo il cotone in America, così invece della merce facciamo viaggiare gli schiavi? Se ne muore qualcuno chi se ne frega? Tanto sono negri.

Per quattro vestiti di cotone ci siamo spogliati della nostra umanità…

Nel 1616, dopo cento anni di spostamenti, le piantagioni erano arrivate in America, nello stato della Virginia, nello stesso momento una nuova professione era nata: la marineria delle navi negriere.

La cantante viene fuori dal separé, raggiunge il microfono sulle note Amazing Grace.

La canzone che state ascoltando è Amazing Grace; questa è una canzone preziosa, è la canzone che ogni americano conserva nel cuore; viene cantata ad ogni cerimonia, serve per rinfrancare il cuore quando si piange per la perdita di una persona cara; serve ad esprimere la gioia alla nascita di un bambino; si canta in chiesa per pregare il Signore e si canta in strada per poterci ballare.

Mi sono sempre chiesto perché tra tante canzoni gli americani, sia bianchi che neri abbiano scelto proprio questa?

È strano perché questa canzone è stata scritta da John Newton, uno che ha lavorato come marinaio in una nave negriera, uno che con la frusta nelle mani faceva la spola dall’Africa all’America stipando più schiavi che poteva nelle stive di un legno che attraversava l’oceano.

Aspetta un attimo, se ripenso al testo della canzone credo di capire perché l’abbiano scelta:

La cantare le prime strofe di Amazing Grace.

Narratore:
(C: Amazing Grace! How sweet the sound.)
Grazia incredibile! Quanto è dolce il suono,

(That saved a wretch like me!)
Che ha salvato un miserabile come me!

(I once was lost, but now I am found)
Un tempo ero perso, ma ora mi sono ritrovato

(Was blind but now I see.)
Ero cieco ma ora vedo.

…ero un peccatore ma sono stato salvato, ero cieco ma ora vedo…

John Newton si pentì davvero, diventò un pastore anglicano e fu uno dei più fervidi sostenitori dell’abolizione della schiavitù.

La Cantante continuando a cantare va dietro al separé, si mette una tuta da lavoro e un cappello di paglia. Esce prende in mano una zappa e al primo colpo di zappa il Chitarrista smette di suonare Amazing Grace.

La Cantante continua a dare il ritmo con la zappa e il narratore dice:

Il lavoro è duro, i campi sono sterminati, chilometri e chilometri di terra da coltivare, sotto un sole cocente che non lascia scampo, un sacco di gente da organizzare, un sacco di gente che deve tenere un ritmo.

la cantante “suona con la zappa” il battere di un ipotetico 2/4.

Ci vorrebbe qualcosa per fare andare tutti a tempo in modo da organizzare il lavoro.

Ci pensa su un momento poi come dopo un’idea illuminante.

Che cosa c’è meglio della musica per andare a tempo?

Signori e signori (rivolto al pubblico in sala) adesso mi dovete dare una mano, immaginatevi di essere sul quel campo di cotone con me, immaginate per un momento di essere degli schiavi, di essere i miei compagni di lavoro. Non ho abbastanza zappe da distribuire ma possiamo usare la nostra immaginazione, al posto della zappa usate le vostra mani.

Quando il pubblico suona il ritmo la cantante continua.

Ora che la zappa batte e abbiamo arato questo pezzo di campo dobbiamo fare un passo in avanti e fare il solco per la prossima pianta di cotone, non possiamo zappare sempre nello stesso posto, quindi ogni volta che zappiamo facciamo un piccolo passo in avanti con i piedi.

La cantante mostra come sbattere i piedi.

Bene continuate così, abbiamo molte miglia di terra da zappare e fermarsi vuol dire assaggiare la frusta del padrone.

Ora che abbiamo un ritmo proviamo a cantarci sopra qualcosa, non preoccupatevi è molto semplice, io canto una frase e voi dovete solo ripeterla, solo che non dovete ripeterla esattamente come l’ho cantata io, potete, anzi dovete cercare di aggiungere qualcosa di vostro, fatela più alta, fatela più bassa, fate una terza o qualsiasi nota che avete nel cuore, c’è una sola cosa obbligatoria, vi dovete divertire, dovete cantare fuori tutta la rabbia, tutto lo stress che vi portate dentro e soprattutto dovete cantare per il vostro vicino, per il vostro fratello, per stupire quella persona che sta sudando e lavorando vicino a voi, proviamo:

Ora la Cantante comincia imitando ritmica e melodia della Call/Work Song: Alan Lomax, Negro Prison & Blues Songs Rosie cantata dai prigionieri al Mississippi State Penitentiary’s Parchman work camp, in 1947, registrata da Alan Lomax con il seguente testo:

(be my woman baby…..I’ll be your man)
Non voglio più restare, senza te.

Prendi tutti i miei soldi, sono per te.

Nelle tue mani metto, quello che.

Guadagno col sudore, solo per te. x2

Il Narratore tira fuori una frusta dall’appendiabiti e assume le sembianze di uno schiavista che sta controllando il lavoro nei campi e dice:

Grazie, basta così avete lavorato abbastanza, e avete fatto un buon lavoro, non ho dovuto usare nemmeno la frusta.

Parte la registrazione della canzone di Lomax e il Narratore continua:

Questa canzone che abbiamo cantato è una libera traduzione di una canzone dal titolo Rosie.

Registrata da Alan Lomax nel 1947 nella prigione Parchman, un campo di lavori forzati sulle rive del Mississippi; e mentre gli schiavi battono il tempo con l’ascia, cantano di Rosie, la donna che li sta aspettando a casa.

Queste Work Song, canzoni da lavoro o Calls, chiamate, prendono il nome dal modo di cantare; con uno che grida la frase e il coro che risponde.

Adoro queste melodie selvagge, che profumano d’Africa; queste canzoni parlavano di tutto, ce n’erano di divertenti, la maggior parte parlava di sesso, a volte le canzoni servivano ad avvisare i lavoratori del campo vicino che la frusta stava passando per la piantagione, a volte qualcuno cantava per corteggiare l’amata che stava lavorando nella casa del padrone. Insomma cantavano per sentirsi liberi nonostante le catene che li legavano a terra.

È qui che comincia il blues, è qui, in questi campi che nasce quello che noi chiamiamo blues, sono piantate qui le radici di un popolo, quello nero, africano e americano, è in questi campi che nasce quella musica le cui radici germogliano in qualsiasi canzone popolare che avete ascoltato dal dopoguerra in poi e che è cresciuta rigogliosa in qualsiasi musicista moderno che avete ascoltato; una musica che ha dato e darà i frutti più dolci a chi sarà in grado di coglierli.

L’ironia della sorte ha voluto che dei padroni bianchi niente è rimasto nei libri di storia, se non l’indelebile macchia di vigliaccheria e disonore che ha permesso quella barbarie, mentre dei poveri prigionieri del campo di Parchman in Mississippi ne è rimasta l’anima, la loro arte e l’arte ha un grande merito: accomuna tutti gli esseri umani e li rende simili, perché l’arte ci fa sognare e quando sogniamo, quando la fantasia si impadronisce di noi siamo tutti dello stesso colore, o di nessun colore perché la musica ha lo stesso colore della gioia, il colore dell’umanità.

La Band e la Cantante suonano Work Song di Nina Simone, la Cantante a fine pezzo va dietro il paravento si spoglia della tuta da lavoro e indossa il vestito d’oro di Bessie Smith.

Bessie Smith

La Cantante indossa il vestito con calma, il Chitarrista parte con le note di The Gin House Blues, mentre il Narratore comincia:

Bessie Smith nei suoi spettacoli si vestiva così, oro e paillettes, era una donna alta, massiccia, quando entrava in scena riempiva il palco tutta da sola, ma non con la sua stazza, no…

Venti metri di palco li riempi solo con la tua personalità, quando quello che hai dentro, quando le emozioni che senti, e che vuoi trasmettere al tuo pubblico, sono più grandi del teatro stesso; è solo in quel modo che riesci a riempire un palcoscenico.

La chiamavano “l’imperatrice del blues”, la sua voce era forte ed elegante; in America se rivolgi il tuo sguardo al jazz è sempre lì che si posano i tuoi occhi.

Billie Holyday, Ella Fitzgerald, Janis Joplin e Nora Jones non sarebbero le stesse cantanti senza Bessie.

Era anche una ballerina e una eccellente attrice comica, ma su tutto era una cantante di Blues.

Detto così non sembra poi tanto ma il blues ha un linguaggio tutto suo, tutto particolare, perché è l’espressione del popolo che l’ha creato, il popolo dei neri americani e ha una poetica tutta sua.

Per esempio la canzone che state ascoltando è una delle canzoni più famose di Bessie Smith The Gin House Blues:

(La Cantante canta la prima frase e il Narratore spiega)

Cantante +
♫ I’ve got a sad sad story today ♫
Tutte le canzoni blues cominciano con una risposta, le domande ci pensa la vita a farle, questo Gin House Blues il “blues della casa del Gin”, risponde alla domanda ehi amica che ci racconti?

♫ I’ve got a sad sad story today ♫
“ho una storia molto, molto triste da raccontarti”, la prima frase nel blues viene sempre ripetuta due volte e viene cantata sullo stesso accordo, come fosse una di quelle vecchie Work Song.

♫ I’m goin’ to the gin house when the whistle blows ♫
Qui entra il secondo accordo quando la canzone dice: “vado nella casa del Gin, quando suona il fischietto”; il fischietto è quello del padrone della piantagione che in mano ha una frusta per quelli che fanno tardi.

♫ My troubles come like rain
That’s all been poured before ♫
Qui entra il terzo ed ultimo accordo, come se fosse il ritornello e mentre la canzone dice: “i miei problemi arrivano come pioggia, versata su di me”. Sono passate 12 misure e siamo ritornati alla prima nota. Adesso tutto ricomincia, il blues è tutto qui! Quando si canta la prossima canzone forse cambia la tonalità, cambiano le parole, ma gli accordi sono sempre quelli:
Squeeze me
Money blues
Baby Doll

Questi Blues sono fatti sempre e solo di tre accordi, posso cantare 666 blues ma sentirete sempre gli stessi tre accordi.

Che cosa mi fa credere che cantando queste canzoni sugli stessi tre accordi voi mi possiate stare a sentire per un paio d’ore?

Volete sapere cosa rispose Ma Rainey, la Mamma del blues, quando Bessie Smith gli fece questa domanda?

(il Narratore fa un gesto alla Cantante e gli dice)

Saranno state su un palco come questo e Ma Rainey gli disse: “va avanti…”

La Cantante comincia a camminare verso il bordo del palcoscenico, quando arriva a un passo da bordo si ferma.

Bessie Smith si fermò a una distanza di sicurezza dal bordo del palco però Ma Rainey gli disse: ”non ti ho detto di fermarti”.

(La Cantante fa dei passi incerti verso il bordo fino ad arrivare con i piedi che sono quasi fuori del palco)

Arrivata sul ciglio Ma Rainey gli chiese:
M. “Come ti senti adesso?”

Cantante:
B. “Mi sembra di cascare ad ogni momento”

M. “Ecco, è questa la sensazione che devi provare mentre canti. Se vai sul palco e non rischi niente, nemmeno il pubblico lo farà”.

Per legare alla sedia una persona per due ore ci devi mettere qualcos’altro dentro quello che canti, il blues non è quanto le persone ti conoscono, ma è quanto tu conosci le persone; Per cantare il blues devi “avere” il blues, un bianco non potrà mai capire cos’è il blues, al massimo un bianco può essere triste perché la sua ragazza l’ha lasciato o perché ha perso il lavoro magari; ma avere il blues non è solo questo; avere il blues vuol dire essere afflitti da un tedio esistenziale, da una malinconia che non lascia spazio alle fantasticherie, vuol dire disperazione, miseria, sangue, sudore e lacrime.

Il blues non è un modo di vedere, di interpretare la vita, i fatti, le cose: è la vita stessa, è tutto ciò che circonda il nero.

Big Bill Broonzy diceva: “il blues è un fatto naturale, se non lo vivi, vuol dire che non ce l’hai”. Se ci metti questo dentro ogni canzone al pubblico non importerà che note suona la band o se la canzone è sempre la stessa perché le tue emozioni riempiranno gli spazi aperti della loro fantasia.

La cantante canta The Gin House Blues. A fine canzone:

Bessie Smith è stata la prima cantante di Blues a diventare famosa in tutta America, quella che con la sua arte ha permesso a tutte le altre di salire sul palco e sfogare tutto il blues e la tristezza che avevano in corpo. C’è una cosa dell’arte che mi ha sempre affascinato: è una grande, enorme, stupenda e mirabile livella sociale.

Puoi nascere nel più profondo buco della più remota città del Tennessee ma se dentro di te arde il fuoco dell’arte riuscirai a scalare ogni vetta.

Bessie l’aveva capito abbastanza presto, una schiava nasceva schiava e moriva schiava, la scuola era proibita agli schiavi, perfino l’identità gli era stata negata, non era permesso che una schiava avesse documenti di riconoscimento tanto che è Bessie stessa che dirci quando è nata.

L’unico modo per farsi riconoscere come essere umano era cantare come nessuno aveva fatto prima di lei; e quando è l’arte con la A maiuscola a suonare anche il più ignobile razzista deve stare zitto e ascoltare; forse sarà per questo che la musica per i neri americani non è solo un passatempo ma l’unico modo di dire “noi esistiamo” una vera affermazione di identità; quando si dice che un nero la musica ce l’ha nel sangue forse è da qui che si parte, forse sono stati quei bianchi ce l’hanno messa, con la forza della frusta, e magari sarà sempre per questo motivo che i jazzisti di colore hanno una marcia in più, loro non suonano per divertirsi o far divertire, suonano per la rivincita di un popolo intero.

La cantante fa un giro su se stessa per mostrare il vestito al pubblico e il narratore dice:

Quanto mi piace questo vestito!
Magari è un po’ appariscente, non trovate?
Oro, paillettes, diamanti e piume di struzzo!
Mi sembra di essere una regina, una imperatrice!

(la cantante fa avanti e indietro camminando maestosamente)

Ed era proprio questo l’effetto che Bessie voleva ottenere; a noi può sembrare un po’ kitsch lo ammetto ma per i neri che andavano a vedere uno spettacolo di vaudeville nei teatri gestiti dalla T.O.B.A. faceva tutto un altro effetto; vedere sul palco una donna che era nata schiava, con il colore della pelle uguale al tuo che aveva avuto successo era come assistere ad un miracolo, era un raggio di luce e speranza che illuminava due ore di esistenza prima di ritornare al duro lavoro dei campi e alla frusta del padrone.

Era un sogno ad occhi aperti che toglieva un po’ di blues dal cuore.

Negli anni venti lo spettacolo più in voga era il Vaudeville, uno spettacolo nato in Francia alla fine del settecento dove cantanti, ballerini, uomini forzuti, comici e prestigiatori si alternavano sul palco.

Tutto era fatto seguendo un canovaccio, chi stava sul palco non poteva far altro che improvvisare per assecondare un pubblico che fischiava, commentava e interagiva anche in modo pesante con l’artista che stava sul palco. La cantante quando vedeva le brutte doveva cercare di far divertire il pubblico, magari raccontando un po’ della sua vita, cose tipo questa:
L’anno scorso sono andata in tournée con una band nuova, devo ammetterlo, non erano molto bravi, ad ogni fine serata il pubblico era sempre diviso in due, da una parte quelli che ci fischiavano, dall’altra quelli che applaudivano… la metà che fischiava…

I soldi non sono molti ma c’è sempre spazio per un buon investimento se ti consiglia la persona giusta, questo inverno ho investito in yo-yo, ho dato i soldi ad un mio amico e abbiamo preso un carico di yo-yo da Hong Kong, purtroppo a pochi chilometri da New York la nave è affondata… centosessanta mila volte…

La scorsa settimana ho conosciuto un ragazzo talmente brutto che come lavoro faceva lo spaventapasseri, mi ha detto che al primo giorno di lavoro quando i corvi l’hanno visto hanno riportato indietro il mais che avevano rubato tre anni prima…
Una volta una mia amica mi disse: fra trenta giorni puoi avere una macchina nuova e 1000 dollari in contanti ma c’è un problema: devi uccidere tua suocera… io l’ho guardata e gli ho detto: ok! ma qual è il problema…

Un giorno mio nonno portò mia nonna davanti al giudice e gli chiese il divorzio. Il giudice guardò mio nonno e gli chiese: lei ha 80 anni, è stato sposato per 62, perché vuole divorziare? Mio nonno lo guardò negli occhi e disse: quando basta, basta…

Il mio uomo è proprio scemo, l’altro ieri eravamo a passeggio in centro, ad un certo punto vede un parcheggio vuoto, ci si precipita, si sdraia per terra e mi urla: “corri amore, vai a comprare una macchina”…

Certo la vita è cara in questi giorni, l’altro ieri sono andata al ristorante e quando il cameriere mi ha portato il conto mi faceva l’occhiolino, l’ho perso per la giacchetta e gli ho chiesto: “come si permette, io sono fidanzata, e poi ci deve essere qualcosa di sbagliato, non vedo il totale della spesa”, e lui fa: “nessuno errore, è qui in fondo alla lista”. A quel punto l’ho lasciato e gli ho detto: “ah! Credevo fosse il tuo numero di telefono”…

IL Narratore si mette il cappuccio del Ku Klux Klan, fa passare un lungo momento e poi dice:

Un giorno Bessie e la sua compagnia stavano facendo uno spettacolo in Tennessee, il tendone, tipo quello di un circo allestito, era pieno di festanti uomini di colore che tra una risata e una canzone stavano passando una bella serata.
All’improvviso nel prato antistante una croce di legno alta tre mesi fu data alle fiamme.

Un gruppo di uomini tutti vestiti di bianco, con un cappuccio a punta, disposti a semicerchio, con delle torce sulle mani minacciavano di dare fuoco alla tenda piena di negri. Era il Ku Klux Klan.

D’altra parte il Klan era nato in Tennessee forse non poteva sopportare che quei negri ridessero, così erano andati a rovinargli la festa.

Bessie stava sul palco quando la croce si incendiò e il gelo scese sulla folla. Chi era presente dice che Bessie andò su tutte le furie, prese un’accetta che aveva lasciato lì uno dei carpentieri che aveva costruito il palco ed uscì ad affrontarli tutta da sola.

Non so dire che uomini, se di uomini si può parlare, si trovò davanti Bessie, tutta vestita d’oro, truccata da imperatrice e con uno sguardo omicida che gli distorceva la faccia e un’accetta sulle mani pronta ad appianare ogni razzismo.
Fatto sta che il Klan prese le bianche gonnelle sulle mani e se la diede a gambe. La supremazia quella sera non fu dei bianchi e l’imperatrice aveva dimostrato chi è che comanda.
Poi come se niente fosse rientrò nel tendone e continuò il suo spettacolo, quella sera fu un successo.

La Cantante canta Prove It On Me Blues.

Finita la canzone la cantante si comincia lentamente a spogliare e riattacca il vestito nel porta abiti e il Narratore dice:

Bessie non fu mai toccata dalla crisi, d’altra parte era l’imperatrice del blues.

Morì il 26 settembre del 1937, dopo un concerto, mentre tornava a Clarksdale, la sua macchina si schiantò su camion che si era fermato sulla strada. Bessie era ferita, sul ciglio della strada e con un braccio quasi staccato dal corpo.

Mentre aspettavano l’ambulanza sopraggiunse un’altra autovettura, guidata da bianchi, e anche loro si schiantarono contro il camion. Dovettero chiamare un’altra ambulanza dato che Bessie non poteva essere trasportata nel vicino ospedale per bianchi ma solo su uno per negri nel lontano Clarksdale. Morì dissanguata prima di arrivare all’ospedale.

(la Cantante è ora solo con la tuta aderente di colore)

Furono anni selvaggi quelli in cui visse Bessie, anni così selvaggi che li chiamavano ruggenti, i ruggenti anni 20. Erano un epoca dove tutto sembrava possibile; era l’età del Jazz, del Grande Gatsby, delle feste, delle suffragette e l’emancipazione delle donne.

Ma da tutti i sogni prima o poi ci dobbiamo risvegliare.
Il mondo si risvegliò giovedì 24 ottobre 1929 con il crollo di Wall Street. La bolla finanziaria creata dagli speculatori era scoppiata, la finanza aveva giocato e aveva perso, ora a pagare il debito rimaneva il mondo e furono uomini come Hitler o Mussolini a presentare il conto, ma questa è un’altra storia…

Con la crisi di soldi ne giravano sempre meno e il proibizionismo non dava certo una mano al divertimento, fatto sta che gli spettacoli di Vaudeville cominciarono a costare troppo, la povera gente, sia bianca che nera non trovava lavoro e quegli spettacoli così imponenti divennero troppo cari. Per i poveri rimasero solo i Rent Party, mentre i ricchi spostarono le feste in locali come il famigerato Cotton Club ma anche questa è un’altra storia…

Billie Holiday

La Band comincia a suonare The Charleston e la cantante veste i panni di una cantante anni ’30 tipo Cotton Club.

Il Narratore dice:

Eleanora Fagan, conosciuta da tutti col nome di Billie Holiday o Lady Day, così descrive il momento della sua nascita:
“Quel mercoledì 7 aprile 1915, quando io nacqui a Baltimora , la mamma aveva 13 anni”.

A 6 anni Billie andava in giro a pulire gli scalini delle persone altolocate di Baltimora per 15 centesimi.

Pensate un po’ a 6 anni in giro da sola a pulire le scale dei bianchi per tutto il giorno. La casa dove viveva stava vicino al porto, e più precisamente vicino al quartiere a luci rosse. É probabile che sia stato lì che abbia sentito le sue prime canzoni jazz, magari proprio il Saint Louis Blues di Bessie Smith o quello di Louis Armstrong.

La Band comincia a suonare Saint Louis Blues nella versione strumentale di Louis Armstrong.

Mentre la canzone suona il Narratore dice:

Aveva 6 anni ma i conti li sapeva fare, pensò addirittura di mettere da parte i soldi per comprarsi secchio e stracci, così da farsi aumentare la paga. Poi, finito il lavoro, tutto quello che guadagnava lo dava ad Alice Dean, la proprietaria di un bordello vicino casa.

Billie sbrigava piccole commissioni gratuitamente per le ragazze e in cambio poteva affittare per pochi spiccioli la sala con il rarissimo grammofono e ascoltare i migliori dischi jazz. É lì, che ha scoperto l’amore per il canto. Per lei la musica in quella vita di miseria era una delle poche cose che la rendevano realmente felice.

A 10 anni un giorno ritornò da scuola!

(Il Chitarrista smette di suonare di botto)

Trovò in casa il vicino, Dick, un uomo di 40 anni che le disse che la doveva accompagnare in una casa in città dove l’aspettava sua madre. Arrivati in quella casa l’uomo cercò di violentarla e a salvarla ci pensò la madre. La fidanzata del “signor” Dick era andata dalla madre di Billie dicendogli che sua figlia aveva sedotto il suo uomo. Sarah, la mamma di Billie, chiamò un poliziotto e andarono in quella casa.
(in tono ironico) Una ragazza di 10 anni che aveva sedotto un uomo di 40.

Arrivati al commissariato Dick fu preso in custodia e la povera Billie, ancora sanguinante nelle braccia della madre fu trattata ancora peggio del suo carnefice. Fu presa e sbattuta in cella come una prostituta che se l’era andata a cercare.

Questo è un discorso che mi ha sempre lasciato perplessa.
Sentite il mio ragionamento:
Una notte vi entrano i ladri dentro casa, rubano tutti gli ori e non contenti vi sfasciano tutti i mobili. Voi andate immediatamente in questura e denunciate il fatto. Che cosa fareste se il poliziotto vi cominciasse a dire: “dica la verità, che gli avete fatto al ladro per provocarlo? Anche voi signò, andare in giro con le collane, poi se vi derubano la colpa a chi la volete dare? Al ladro?”

Quello che mi domando è: perché un discorso, che suona così orribile riferito alle cose, sullo stupro delle donne provoca sempre consensi nella parte più squallida dell’uditorio?

Fatto sta che Billie, a 10 anni di età, fu proclamata una donna perduta che aveva bisogno di essere riabilitata e per questo, con la sola non-colpa di essere stata violentata, fu mandata in riformatorio, in galera, a 10 anni.

La Cantante canta Saint Louis Blues.

Finita la canzone il Narratore riprende:

A 12 anni si trasferì a New York, ma i soldi erano pochi quindi prese una stanza nel prestigioso bordello di Florence nel quartiere di Harlem e si mise a fare la call-girl a venti dollari.

Questo call-girl è un termine che da noi viene tradotto con ragazza squillo, queste ragazze venivano chiamate così perché il cliente non veniva adescato ma prendeva un appuntamento, faceva uno squillo, quando voleva…

Ma anche qui non ebbe molta fortuna, perché una retata della polizia fece chiudere il bordello e Billie si ritrovò da capo in prigione.

Quattro mesi dopo uscì di galera ma non ne voleva più sapere di fare la prostituta. Come serva non era andata meglio perché non sopportava l’autorità ed era stata licenziata. Tornò quindi a vivere da sua madre nella miseria di una stanzetta in città.

Una gelida notte di inverno da sotto l’uscio strisciò una lettera: era dei padroni di casa, gli avevano mandato lo sfratto e avevano scritto per dirgli che se non avrebbe racimolato un po’ di soldi lei e la madre si sarebbero trovate in strada, sul lastrico!

Sarah era malata e non aveva potuto lavorare quella settimana quindi non le restavano tante alternative, però quella sera prese una decisione e disse alla madre: “prima che ti mettano fuori di casa ammazzo qualcuno o vado a rubare”.

A quel tempo la centotrentatreesima era la strada del jazz e brulicava di night club, se li girò tutti offrendosi come ballerina, in verità sapeva solo due passi e fatti male ma era disperata.

Quando arrivò da Pod’s & Jerry era alla frutta, quando cominciò a ballare, ripetendo sempre i due soli passi di danza che conosceva, il pianista e Jerry, il proprietario del locale, cercarono di mandarla via, ma viste le grosse lacrime di angoscia il pianista chiese: “sai mica cantare?”, e lei risponde “certo che so cantare ma a che serve?”

Tutta la vita aveva cantato ma si era troppo divertita per supporre che ciò potesse dare dei guadagni.
Chiese al pianista di suonare Travellin’ All Alone e cantò…

la Cantante canta Travellin’ All Alone.

Finita la canzone il Narratore riprende:

In tutta la sala si fece silenzio, tanto silenzio che se uno spillo fosse caduto per terra si sarebbe sentito rimbombare, tutti stavano lacrimando nelle loro birre tanto che alla fine riuscì a prendere 30 dollari di mance.

Uscì di corsa, prese un pollo fritto intero e i fagioli al forno che tanto piacevano alla madre e tornò a casa.

Diventò la cantante del Pod’s & Jerry, si guadagnò il soprannome di Lady Day perché non voleva farsi infilare i soldi nelle calze come facevano tutte le altre e cominciò ad indossare una gardenia tra i capelli tanto che diventò il suo simbolo, non usciva sul palco se non aveva la sua gardenia bianca tra i capelli.

(la cantante indossa la gardenia)

Nel linguaggio dei fiori la gardenia è il simbolo della gentilezza e dell’amicizia ma, dato che i suoi fiori recisi hanno una vita di soli tre giorni, è anche il simbolo della bellezza fugace.

Il suo stile di canto era talmente particolare che in poco tempo diventò la stella della 133esima, tutti non facevano che parlare di lei. A 18 anni incise il suo primo disco con Benny Goodman e poco dopo iniziò a girare l’America con Artie Shaw e la sua Band di uomini bianchi che facevano Jazz orchestrale. Ed è qui che nacquero i problemi.

Non con i musicisti, certo, quando un genio come lei canta chiunque abbia sudato sangue sul suo strumento rimane accecato dalla lucente bellezza della poesia della sua voce tanto da dimenticare il colore della pelle.

Ma gli ignoranti e i piantagrane invece ci vedono benissimo, non sanno niente di musica ma se uno è negro lo vedono molto bene, anzi è l’unica cosa che vedono.

Per caso conoscete Charles D. Redman?
Oppure sapete cosa ha fatto Kevin M. Siler?
Per cosa è famoso Matthew J. Lawing?
No?
Bene, neanche io, questi sono nomi dei possibili avventori seduti ai tavoli dei Night dove si esibiva Billie, solo che Billie Holiday, il genio nascente del Jazz, ai tavoli occupati da quei ormai dimenticati signori non ci poteva sedere.

In realtà non poteva neanche entrare dalla porta principale del locale. Per arrivare sul palco doveva prendere il montacarichi, o la porta di servizio e quando aveva finito doveva scendere dal palco e alla svelta. Una volta dopo l’esibizione lei e Lester Yung, uno dei più grandi sassofonisti del tempo, furono costretti ad aspettare nel vicolo dietro il palco che lo spettacolo finisse.

Il clima non era poi così cambiato dai tempi del Klan, in alcuni paesi del sud i linciaggi erano ancora tollerati, bastava un sospetto per appendere un negro all’albero, e fu in questo clima che da una poesia di Lewis Allen, Billie, scrisse Strange Fruit.

La Band comincia a suonare la canzone.

E nel frattempo il Narratore dice:

La canzone dal titolo “strani frutti” dice pressappoco questo:
Gli alberi del sud hanno un frutto strano, sangue sulle foglie e nelle radici, un corpo nero penzola nella brezza del sud, un frutto strano che pende dai pioppi…

Negli anni fra il 1889 e il 1940 vennero linciate complessivamente 3.833 persone e l’80% delle vittime erano afroamericani. Spesso non era neppure necessario un crimine come movente del delitto: come nel caso di Emmett Till, questa era motivazione che alcuni bianchi usarono per giustificare il linciaggio: “così i negri non diventano troppo spavaldi”. Nel 1939 si erano già verificati tre linciaggi, e da un’inchiesta condotta negli Stati del Sud risultò che 6 bianchi su 10 erano favorevoli a tale pratica.

La cantante canta Strange Fruit, alla fine il Narratore riprende:

Non c’era nessun’altra che cantasse le parole “fame” e “amore” come faceva lei, forse perché aveva saputo bene che cosa significassero; non c’è stata un’altra cantante che abbia ispirato generazioni di musicisti come ha fatto lei.

Il suo fraseggio, il suo giocare con il tempo e la sua interpretazione la collocano tra le grandi aristocratiche voci della poesia del Jazz. A quei tempi la musica era piena di emozioni e lei le tirava fuori a forza di lacrime da chiunque avesse la fortuna di sentirla dal vivo.

Ma la sua generazione voleva vivere 100 giorni in uno solo e la droga, le sigarette e l’alcool la strapparono dal mondo per sublimarla nell’olimpo della musica.

E lei è ancora lì e regna su noi comuni mortali che con modestia cerchiamo di ricordarla e ancora, dopo più di 100 anni dalla sua nascita, siamo qui a cercare di cantare la parola “amore” come faceva lei.

La cantante canta The Man I Love.

Quando è finita la parte cantata la Cantante si spoglia la Band fa un lungo assolo.

Ella Fitzgerald

Mentre la cantante si veste di stracci il Narratore dice:

Ella Fitzgerald il 17 novembre del 1934 partecipò alla serata per dilettanti che era stata allestita all’Apollo Theater per esibirsi come ballerina.

Aveva 15 anni, la maggior parte dei quali vissuti dalla zia e poi in strada quando sua madre morì.

Si era preparata molto per quella sera e da dietro le quinte ripassava i suoi passi di danza mentre aspettava il suo turno per entrare in scena.

Ad un certo punto chiamarono sul palco le Edwards Sister, delle ragazze del posto che appena iniziò la musica si misero a vorticare e danzare con gli stessi passi che aveva preparato Ella.

Ella sgranò gli occhi, erano brave. Brave come lei non avrebbe mai potuto essere. Calde lacrime le rigarono il volto, era finita, tanto valeva tornare a casa. Mentre si stava girando per andarsene arrivò il presentatore che spingendola di prepotenza sul palco gli urlò sottovoce: “dai che tocca a te”.

Si trovò in mezzo al palco, dentro di se pensava: “Dio mi fulmini se muovo anche un solo piede”. Passarono lunghi secondi di attesa fino a che il pubblico cominciò ad annoiarsi, poi divenne ostile ed Ella ancora stava zitta.
Alla fine si disse: “qualcosa devo fare altrimenti mi cacciano”.

E si mise a cantare…

Parte la Cantante a cantare The Object Of My Affection delle Boswell Sister a cappella e al primo ritornello attacca tutta la band.

A fine canzone:

Il pubblico ammutolì, una voce così limpida, una dolcezza così travolgente in una voce tanto sottile e delicata ancora era di là da venire.

Vinse il primo premio, ben 25 dollari, e una settimana di esibizioni pagate su quello stesso palco. A dire il vero i 25 dollari glieli diedero ma la settimana di lavoro non gliela fecero fare, pare fosse troppo “shaggy”, arruffata, per poter essere presentabile.

Magari non fece quella settimana di concerti ma un batterista jazz che stava tra il pubblico la notò subito, il suo nome era Chick Webb, e la prese come cantante fissa della sua orchestra.

Questo fu l’inizio della storia di Ella Fitzgerald e da quel momento in poi la sua carriera prese il volo.

La cantante gira il vestito di stracci per ritrovarsi in un lungo abito d’oro e il narratore dice:

Ella fu la regina dello swing, la prima cantante che fece una musica negra che piaceva anche ai bianchi, o per lo meno che i bianchi potevano comprendere. Per il decennio ’35 ’45, il jazz si travestì e si chiamò swing e divenne musica da ballo.

Il jazz era nato dal blues, ma con lo swing aveva perso quell’anima triste, pur mantenendo il carattere di quel popolo, africano e americano, che si concentrava tutto in un unico e immenso gesto artistico:
L’improvvisazione!

Perché il jazz non sono delle canzoni che ti piacciono perché senti una bella melodia, no…

Il jazz non è fatto di mirabolanti armonie costruite su tortuosi arrangiamenti, no…

Il jazz non è nemmeno una bella voce che canta, no!

Il jazz è il trionfo del musicista! È quel momento magico e irripetibile dove un artista entra in uno stato di creazione immediata e istintiva che è irripetibile.

In fondo ogni artista è un bravo improvvisatore, immagino che quando Beethoven stava lì con la penna in mano, il foglio vuoto, tutto intento a scrivere l’Ouverture dell’Egmont abbia improvvisato qualche melodia e poi ne abbia scelta una, l’abbia rifinita e dopo settimane di scrittura l’abbia presentata a Goethe…

Nel jazz c’è lo stesso spirito di composizione, l’unica differenza è che quello che improvvisi non hai tempo per correggerlo ma lo presenti così come lo hai sentito nel cuore direttamente al pubblico che ti è venuto a sentire quella sera.

É ovvio che le idee che ti vengono in mente a volte funzionano, a volte sono epiche, mentre altre volte sono inaudibili, ma in ogni caso lo spettatore di jazz ha il privilegio di vedere uno spettacolo irripetibile, che si svolge di fronte ai suoi occhi e che è destinato a perdersi nello scroscio di un applauso, o nel trambusto dei fischi.

Come diceva Ella: “Un giorno ti svegli e pensi di non valere niente, il giorno dopo ti senti una regina, eppure il mondo è sempre lo stesso, che cosa cambia da ieri a oggi, sei tu che sei cambiato perché ognuno di noi cambia ogni giorno”.
Ella usava la voce come se fosse uno strumento, l’aveva imparato dal padre del jazz, Louis Armstrong.

La cantante tira fuori un leggio con un foglio e prende in mano una tromba finta con un kazoo al posto del bocchino e il narratore dice:

la leggenda vuole che Pops, papà, come lo chiamavano tutti, stava registrando Heebie Jeebies.

(il Chitarrista parte con la la canzone Heebie Jeebies)

Stava facendo l’introduzione con la sua tromba quando improvvisamente gli cadde il foglio con il testo, non poteva allontanarsi dal punto di registrazione, per via dell’equilibrio dei suoi, ma non si ricordava nemmeno una parola del testo e allora suonò la voce come fosse la sua tromba, con parole senza significato ma piene di musica.

La cantante dopo aver fatto l’introduzione con la troba/kazoo fa cadere il leggio e comincia a fare un po’ di Scat con parole inventate dicendo ogni tanto Heebie Jeebies Blues.

Il Narratore continua:

…e così che anche la voce divenne strumento. Louis diceva che ogni cantante deve fidarsi della propria voce. Quando improvvisi la voce non sbaglia mai, quale che siano il giro di accordi o le tortuose scale nelle quali si arrampicano i musicisti per arrivare alla cima del pezzo chiunque di voi se ci butta dentro un “♫ Ba Ba Du Ba ♫” canterà intonato al pezzo.

Dallo sguardo che fate mi pare che non ci crediate molto, facciamo un veloce sondaggio per alzata di mano:
Quanti di voi hanno studiato musica?
Quanti di voi suonano uno strumento?
Quanti di voi hanno studiato canto?
Quanti di voi sanno che cosa è una scala pentatonica?

(teoricamente il pubblico è fatto per lo più da gente che non suona)

Non tutti sono musicisti o conoscono la musica quindi se vi chiedessi di suonare tutti in coro una scala pentatonica qui e adesso quindi sarebbe per voi impossibile. Però ci voglio provare lo stesso…

La Cantante fa un pezzo tratto da Bobby McFerrin The Power of Pentatonic Scale.

Il Narratore riprende:

Bravissimi! Avete appena assistito al miracolo della natura! Perché questo è il potere della pentatonica, queste cinque note hanno un rapporto fisico con il mondo, vanno oltre l’essere umano e trascendono nel divino musicale, lì nell’eden delle note ogni musicista arriva a suggere il nettare di questo magico elisir.

Perché queste cinque note vanno così d’accordo, sono così radicate dentro l’essere umano che tutte le culture popolari ne fanno uso: dalla Cina…

(il Chitarrista accenna a una canzone cinese con la pentatonica)

Al Giappone…
Il Chitarrista accenna a una canzone giapponese con la pentatonica.

Queste melodie dal sapore orientale sono fatte con le stesse note che avete cantato poco fa, cantate dall’Africa alla Cina, sono le note che hanno modellato le nostre corde vocali o per lo meno le note che le nostre corde vocali trovano familiare.

Queste sono le note che dal Blues sublimano nel Jazz, dove sfumano, dove si arricchiscono ma che comunque stanno lì a fare da spina dorsale dell’intero patrimonio musicale afroamericano, il contributo più grande che gli schiavi neri d’America hanno lasciato nel mondo dell’arte.

Ma la storia si racconta sempre quando è finita, e quando è finita si ha tempo per ragionare con lucidità, per pesare e valutare, tutto un altro discorso quando la vita la devi vivere, quando non hai tempo per cancellare e scrivere meglio, la vita in fondo è un’improvvisazione e magari le note che suoni tutti i giorni in strada non sempre escono bene, anzi il più delle volte a giudicarle ci sei solo tu, tu che sei il peggior giudice di te stesso, o peggio ancora a giudicarti c’è un invidioso.

Fatto sta che per molto tempo i bianchi americani si sono vergognati del Jazz. Una musica demoniaca che deviava le menti. Mentre per i neri, figli degli schiavi, quella musica così impregnata di melodie africane era l’unica catena che li legava alla madre Africa, una catena che nessuno avrebbe mai potuto spezzare.

Nina Simone


Il Chitarrista comincia a suonare la musica di Backlash Blues con l’arrangiamento martellante di Nina a Montreux, mentre la Cantante si veste come una bambina di 6 anni.

Quando il Narratore parla fa come Nina al concerto seguendo la metrica del blues.

Ruby Bridges quella mattina del 1960 era un po’ nervosa, cominciava la prima elementare, aveva 6 anni ed ormai era tempo che iniziasse il suo percorso scolastico, un percorso che un domani l’avrebbe resa un membro produttivo della società americana. Sarà stata alta così.

(la Cantante mima l’ipotetica altezza di una bimba di sei anni)

Prese la cartella con dentro i libri, la merenda e andò al primo giorno di scuola nella città di New Orleans, la città dove nacque il blues dalla tromba e dalla voce di Louis Armstrong.

Quasi 100 anni prima che Ruby andasse a scuola, quel giorno del 1960, la schiavitù era stata abolita, nel 1865 per essere precisi, ma i parlamentari americani avevano deciso che, sì, i negri erano liberi ma comunque mischiarli ai bianchi era “peccato mortale”, come recitavano alcuni cartelli che di solito i bianchi esponevano per protesta davanti alle scuole dei neri.

Nel 1948 però uno studente di colore, vistosi rifiutare la sua ammissione all’Università dell’Oklahoma, solo perché aveva la pelle troppo scura, si rivolse alla Corte Suprema degli Stati Uniti che gli diede ragione e dichiarò illegali le scuole per “bianchi” e le scuole per “neri”, la mamma di Ruby, che era un’attivista per i diritti sociali dei neri non ne poteva più di essere considerata inferiore e quel giorno del 1960, “solo” 12 anni dopo la sentenza che teoricamente aveva messo fine alla separazione dei colori nelle scuole, decise che sua figlia sarebbe stata uguale a tutti gli altri bianchi.

Va detto che direzioni scolastiche avevano deciso che i negri erano più ignoranti e quindi dovevano superare un esame di ammissione, toh! Ma guarda un po’ dove taluni politici copiano certe proposte… Ruby passò brillantemente l’esame e si presentò a scuola.

Passò tutto il giorno in presidenza, dato che la scuola fu invasa da genitori e alunni, bianchi, inferociti e urlanti, contro una bambina di 6 anni.

(la Cantante rifà il gesto dell’altezza)

Il secondo giorno andò meglio, tutti gli altri genitori avevano ritirato i loro bambini quindi Ruby si trovò a frequentare una scuola deserta. Anche tutti gli insegnati non si presentarono… o meglio, tutti tranne una: miss Barbara Henry. Onore e merito…
Il vice sceriffo, uno degli uomini che l’ha scortata per oltre un anno disse: “non ha mai pianto né piagnucolato. Sfilava con noi davanti quella folla come se fosse stata un piccolo soldato, e tutti noi eravamo stupiti e molto orgogliosi del suo incredibile coraggio”.
Vi ricordate i cartelli che dicevo prima? Quelli con su scritto “l’integrazione è un peccato mortale”? È davanti questa bambina che li alzavano…

La Band fa un chorus strumentale mentre la Cantante si veste come un sarta degli anni ’55 e il Narratore dice:

Il 1° dicembre del 1955, in una fredda notte a Montgomery in Alabama, Rosa Parks salì sull’autobus per tornare a casa, aveva lavorato tutto il giorno ed era sfinita.
Poche miglia la separavano dalla sua casa e dalla sua famiglia. Si diresse verso il fondo dell’autobus dove c’erano i posti assegnati alla gente di colore ma erano tutti occupati.

L’ultima fila dei posti per i bianchi però era libera, Rosa non ce la faceva più era stanca e poi i sedili erano tutti uguali, i culi erano tutti uguali, la stanchezza è uguale per tutti, così si mise a sedere solo una fila più avanti.
Dopo tre fermate sale un bianco, subito vede Rosa seduta sul posto riservato ai bianchi e comincia a confabulare con l’autista. Tutti e due si presentano davanti Rosa e gli dicono una cosa tipo: “signora l’autobus è chiaramente diviso per la vostra gente e la nostra, non abbiamo niente contro di lei ma è una questione di principio”.

Una questione di principio…

Ecco come il razzismo diventa un principio, nascondendosi dietro una regola, ma mi domando: può una regola ingiusta creare una legge morale giusta? Può una morale ingiusta creare un’azione etica buona? Può una persona per bene, che è nata con un colore della pelle “sfortunato”, obbedire a una legge ingiusta a una morale indecente e a un etica razzista?
No! No! E No!

Non avrà pensato queste parole ma le azioni che fece Rosa quel giorno di certo furono mosse da uno stesso spirito e furono azioni così grandi che cambiarono per sempre il mondo.
La descrizione di un’eroina dei giorni nostri, volete sapere come si fa a diventare eroi? Che cosa fece Rosa per cambiare il mondo?

Le stesse azioni che resero Gandhi un faro di nonviolenza in tutto il mondo:
non collaborò agli ordini ingiusti di quegli individui, non obbedì alla logica razzista della superiorità bianca e semplicemente rimase seduta con lo sguardo fisso fuori dal finestrino, e mentre l’autista e il signore bianco cercavano di spiegare con frasi tipo “non siamo razzisti ma… è lei che è negra”, “non siamo razzisti ma… il colore della sua pelle è sbagliato”, “non siamo razzisti ma…” uno pensa che dopo un’affermazione come “non siamo razzisti” ci andrebbe un punto, magari esclamativo, invece quel “ma” ha sempre e solo l’effetto di annullare il non a inizio della frase. “siamo razzisti”…

Rosa, la sarta di Montgomery quella sera disse basta, faceva parte dell’Associazione per l’Uguaglianza delle Persone di Colore da più di dieci anni e decise che era giunto il momento di finirla con questa terribile discriminazione, così rimase seduta al posto dei bianchi, guardava attraverso il finestrino la nebbia che riempiva le strade, e dentro di se forse pensava che quella nebbia era solo pioggia che ha imparato a volare.

L’autista e il signore bianco dopo tanti “ma” si decisero a chiamare la polizia che senza se e senza ma, questa volta, arrestarono Rosa e la incarcerarono per questioni “discromiche”.

Successe il finimondo, la notizia fece il giro della città in pochissimo tempo, cinquanta leader della comunità afroamericana con a capo Martin Luther King si riunirono per liberare Rosa, decisero il boicottaggio dei servizi pubblici e dopo “soli” 381 giorni, più di un anno di sciopero, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la segregazione tra bianchi e neri sui mezzi pubblici.

Da quel momento Rosa Parks diventò la Madre del Movimento dei Diritti Civili!

Vedi a volte un mal di piedi e una fede incrollabile in ciò che è giusto cosa possono fare.

La Cantante canta Backlash Blues.

La Cantante si spoglia e si mette il vestito che Nina Simone si mise nel concerto di Newport del 1968 e il Narratore dice:

La fine della guerra aveva portato con se un aria nuova, l’economia cominciava a funzionare e cominciavano a girare sempre più soldi, l’epoca buia della recessione era finita e stava per cominciare quella del boom economico. È in quel periodo, negli anni ’45 che il Jazz cambiò faccia un’altra volta.

Il Jazz era nato alla fine dell’ottocento nei bordelli di New Orleans per coprire il “rumore” dei clienti, poi nel 1917 quando la Marina Militare chiuse il quartiere a luci rosse i musicisti di New Orleans portarono il Jazz in giro per l’America e per il mondo, ma era ancora musica di intrattenimento, nel 1935 il Jazz divenne Swing e fu l’epoca del ballo, ma era ancora musica popolare, musica di serie B, ancora schiava in qualche modo, quando del cliente, quando del ballerino. I musicisti come Nina, nel ’45, non erano più disposti a essere dei semplici esecutori, volevano essere riconosciuti come artisti, come persone talmente uniche che per essere ascoltate lo spettatore doveva stare fermo a cogliere ogni respiro, ogni nota e ogni movimento che quell’essere unico al mondo faceva sul palco. Il Jazz non era più “divertimento” lo stavano trasformando in “Arte” con A maiuscola.

È in questo periodo che l’artista assume un alone di divino, non è più semplice essere umano perché non ha più tempo di pensare alle cose banali, l’arte, la sua arte, è tutto ciò che conta.

Nina Simone era una di queste divinità, aveva fatto la scelta totale di essere Nina sul palco e nella vita normale, portandosi dietro quelle manie al limite dell’imbarazzo che la superbia dell’artista porta sempre con se. Il fatto è che Nina era brava, maledettamente brava, aveva studiato Bach, Beethoven, Litz, Mozart e con le sue dita poteva suonare qualsiasi cosa volesse.

La sua voce non aveva un’estensione particolarmente ampia ma in qualche modo era collegata direttamente con la sua anima.

La band comincia a suonare Four Woman.

E quando finisce il Narratore dice:

L’avreste dovuta vedere a Montreux nel ’78, I suoi gesti, il modo in cui ha cantato; era una persona completamente avvolta dall’arte. Non sembrava di questo mondo perché nessuna persona normale ha il coraggio di andare così in profondità nei campi dell’emozioni, fino ad arrivare a perdercisi dentro.

Il suo sguardo era così penetrante che sembrava trafiggerci tutti.

Le lunghe pause tra le parole creavano una specie di magia.
Quando cantava, ogni parola che diceva, la diceva con il cuore, caricandola dell’emozioni del suo vissuto, te ne potevi accorgere perché i suoi occhi diventavano lucidi di pianto, non cantava semplicemente una canzone, metteva a nudo la sua anima e la offriva a noi del pubblico. Forse questa, più di tutto, è la vera capacità dell’artista, spogliarsi di ogni pudore, mettere a nudo il cuore pulsante di emozioni, quelle emozioni che fondano il suo essere e offrirsi senza alcuna difesa al pubblico.

Ma Nina oltre l’anima nelle sue canzoni ci ha sempre messo l’orgoglio, l’orgoglio di appartenere ad un popolo, quello nero e americano che aveva tutto il diritto di essere riconosciuto come uguale e libero tra le genti del mondo.
Era amica di Malcom X, di Martin Luther King e nelle sue canzoni ci ha sempre messo l’impegno sociale, la denuncia delle discriminazioni, razziali e di genere. Combatteva dal suo palco la guerra contro l’omologazione culturale che tristemente uniforma le menti dei nostri ragazzi e li costringe a essere succubi di un prodotto, schiavi di un’estetica e lo faceva semplicemente dicendo:
To be Young, Gifted and Black!

Essere giovani, di talento e neri!
Come recita il testo di una delle sue canzoni più famose del tempo.

La sua bravura era lì a testimoniare che era possibile per una persona di colore arrivare a qualsiasi vetta, a scrivere una nuova pagina della storia. Ma prima di girare pagina non ci si deve mai dimenticare da dove siamo arrivati. Perché in fondo la storia è il perno sul quale il presente si slancia nel futuro. E per non dimenticarsi del passato alla fine di ogni concerto lei cantava sempre Four Woman, Quattro Donne,la canzone che sentite in sottofondo, è un blues che canta quattro storie di donne:

La zia Sarah, una schiava dalla pelle nera dalle spalle forti, forti abbastanza da sopportare il dolore della frusta.
Siffronia, figlia meticcia frutto dello stupro del padrone bianco di sua madre.

Sweet Thing, una ragazzina che fa la prostituta per pochi spiccioli.

E infine Peaches, che tutte le riassume e che sembra parlare con la voce di Nina perché è una donna nata da genitori schiavi che non sopporta più la vista di queste ingiustizie.
La Cantante canta Four Woman.

Epilogo

La Cantante si spoglia e si mette un vestito normale e il Narratore dice:

Siamo giunti alla fine di questo viaggio e stiamo per tornare a casa.

Non so voi ma io ogni volta che torno da un viaggio mi fermo sempre davanti l’uscio e ripercorro con la mente i profumi del viaggio appena terminato; prima che quel meraviglioso odore della mente raminga venga annacquato dalle rassicuranti noie di ogni giorno; e se qualcosa rimane di tutto questo sciabordio musicale è una sensazione di giustizia.

Mi domando spesso che cosa sia la giustizia, che cosa vuol dire essere giusti e che cosa voglia dire ottenere giustizia.
La giustizia non ha niente a che vedere con il bene o con il male, quando un altro essere umano ti rende schiava e ti lega in catene, quando un uomo ti prende e ti da tante di quelle botte da non riuscire a stare in piedi, quando un animale ti monta sopra per fare i suoi porci comodi, quale giustizia può raddrizzare a questi torti?

Quando subisci un’ingiustizia è per sempre! Ti segna per tutta la vita! Quei pochi anni di carcere che si fa il tuo carnefice, quando raramente scontano tutta la pena, come fanno a farti stare meglio?

Si dice che la legge fa la giustizia ma io non credo che sia vero, il giudice emette un ver-detto, “Veritas Dicere”, dice la verità, se la costruisce con il potere che lo stato gli ha conferito. Ma la giustizia è un’altra cosa. Per avere giustizia quella schifezza non sarebbe mai dovuta accadere. Non dovrebbe tornare a visitarti ogni notte, non dovrebbe farti sentire sempre vulnerabile.

Tutto quello che puoi fare è andare avanti, cambiare la tua pelle e trasformarla in un’armatura; diventare più forte, così, quando ti volti indietro a guardare come ti avevano ridotto, quella persona non sei più tu, ora sei diverso, ora sei pronto e la prossima volta non sarai più inerme e indifeso.

Certo quando il mondo ti sbatte in faccia tutto il suo schifo, tutta la barbarie dell’egoismo di cui l’uomo e capace devi crescere e anche in fretta se non vuoi affogare in quella melma. Una cosa mi ha sempre salvato dal diventare troppo cinico fino a non vedere più il lato buono dell’umanità, è stato il fatto che io alle canzoni ci ho sempre creduto.

La Band comincia a suonare le note di We Shall Overcome e la cantante ascolta per alcuni secondi le note della canzone.

Dopo poco la Cantante dice:

Quando ero giovane e in chiesa cantavo l’amore per il Signore, io a quelle canzoni ci credevo davvero.

Quando, da ragazzina, in camera pensavo al mio amore lontano, ma che mi parlava con la voce del mio cantante preferito, alle canzoni ci ho sempre creduto.
Quando le canzoni mi dicevano di amare più forte, ho amato tanto da farmi quasi scoppiare il cuore, quando quelle parole mi hanno consigliato di essere giusta ho deciso di non fare del male.

Quando le melodie mi hanno suggerito che potevo essere libera, cantando, ho indossato per la prima volta le ali, perché se sto su questo palco vuol dire che io alle canzoni ci credo ancora. E credo ancora che una canzone, se cantata con tutto il cuore, può davvero cambiare il mondo!

Questa sera vorrei che anche voi crediate per un attimo che una canzone possa fare la differenza e mi piacerebbe che domani quando sarete tornati alle vostre vite di sempre sentiate con orecchie nuove quello che i cantanti sussurrano nei loro microfoni, mi piacerebbe che la musica delle belle parole divenisse la nostra chiesa. Perché è questo quello che fa una chiesa, porta la speranza ed è per questa speranza che chiedo a ognuno di voi, di pregare con me.

Questa preghiera però non ha niente a che fare con la religione, non è rivolta a Dei che hanno nomi, non è rivolta a nessun cielo, è rivolta a tutte le donne e gli uomini di buona volontà, a chi ha voglia di ascoltare, a donne e uomini di buona fede, fede che il mondo possa essere migliore, se saremo noi, con le nostre buone azioni, con le nostre canzoni, a lottare ogni giorno per renderlo migliore.

La canzone che state ascoltando è We Shall Overcome, la canzone simbolo dei diritti civili in America, la canzone che Martin Luther King citò nel discorso che fece il giorno in cui fu assassinato, una canzone che dice: mano nella mano “Noi Ci Riusciremo”, chi di voi ha voglia di pregare con me, cantando, può farlo.

Il testo è semplice:
Noi ci riusciremo
Noi ci riusciremo
Noi ci riusciremo un dì
Dentro il mio cuor
Io già lo so
Noi ci riusciremo

La band comincia a cantare “Noi Ci Riusciremo”, mentre la cantante cerca di convincere il pubblico a cantare. Tra un “Noi Ci Riusciremo” e l’altro la cantante dice le frasi come nell’Ora Pronobis.

Fa che riusciremo un domani a eliminare la parola razzismo dal nostro vocabolario, senza se e senza ma.
Fa che riusciremo ad essere gentili con i fratelli di ogni colore che ogni giorno ci sono vicini.
Fa che riusciremo a trattare la altre e gli altri con rispetto.

Dacci la forza di cambiare il mondo nell’orgoglio di essere donne e uomini giusti!

FINE