L’Isola Delle Zanzare

Se ti dovessi dire, mio giovane allievo, quale è stato il viaggio più avventuroso che ho fatto nella mia vita sarebbe sicuramente il viaggio alle isole delle Zanzare. Solo arrivare a calcare le candide spiagge fu cosa ardua e complicata, con lo sbiadirsi dei ricordi ho perso il conto di quanti mezzi di trasporto dovetti cambiare, alcuni aerei erano così fatiscenti che la sola permanenza in volo metteva in dubbio le più elementari leggi della fisica. Ma come sai, le ali del calabrone in rapporto alla sua massa rendono fisicamente impossibile il volo di tale insetto, ma lui non lo sa e vola lo stesso.
Una cosa devi sempre tenere a mente:
La passione è sempre maleducata!
Essa infatti ci spinge sempre a fare le cose più assurde, prendi me ad esempio, lavoravo come entomologo ricercatore presso la facoltà di Medicina dell’Università di Perugia, al tempo del viaggio ero un giovane alto, magrolino, con gli occhiali rettangolari calcati alti sul naso e le mani costantemente sporche di gesso eppure mi trovavo lì a migliaia di miglia dalla mia amata lavagna, sulla spiaggia di un’isola sperduta nel Pacifico solo per soddisfare la mia curiosità e diciamolo pure il mio ego.
Ero lì dunque, come ti dicevo, sulle spiagge di quest’isola dal nome graficamente suggestivo di “เกาะยุง”, datole dal primo monaco thailandese che la scoprì in un naufragio, o almeno così mi spiegarono, e che nella nostra lingua si traduce, come ti ho già detto, in “Isole delle Zanzare”. Trovare quelle isole fu difficilissimo, in primo luogo perché la letteratura scientifica non ne faceva alcun accenno; nessuno scienziato ha mai menzionato questo gruppo di isole in un libro, eppure quelle isole sono il corrispettivo entomologico dei famosi “fringuelli di Darwin”.
Come ti spiegavo sempre a lezione, Darwin elaborò la sua teoria sull’evoluzione proprio a partire dall’osservazione di un particolare gruppo di fringuelli che vide nelle isole delle Galapagos. Ogni isola aveva infatti una specie diversa di fringuello che, pur appartenendo alla stessa famiglia, differiva dagli altri per alcuni particolari: chi aveva il becco più spesso, chi l’artiglio più acuminato e così via. Darwin si accorse inoltre che ogni isola aveva delle piante diverse, una con il seme più spesso e un’altra con la corteccia più dura. La sua grande intuizione fu quella di mettere in correlazione le due cose e affermò che ogni specie di fringuello che risiedeva su ogni isola, partendo dalla stessa famiglia, si era evoluta sviluppando caratteristiche che gli permettessero di avere una maggiore fitness o in altre parole una maggiore probabilità di sopravvivenza: quindi il becco si era inspessito per mangiare il seme più duro e l’artiglio si era acuminato per levare la corteccia più tenace (vedi tu la fame che ti fa fare!).
Come vedi il meccanismo che regola l’evoluzione è di per sé il più semplice: la Natura è lì che cerca il minimo pretesto per ucciderti (infatti di norma ogni essere vivente finisce la sua vita urlando dentro alla bocca di un altro essere vivente, escluso noi uomini si intende), mentre la Vita ad ogni nascita prova a operare una mutazione per cercare di darti una caratteristica che ti permetta di “fregare” la Natura. Come avrai intuito però la mutazione è sempre casuale e spietata, infatti per fare evolvere la pinna dell’essere primordiale in una mano umana non oso immaginare quanti esperimenti abbia fallito la Vita, ma una volta che la mutazione riesce ed è vincente, quella caratteristica si propaga, anche se fosse una caratteristica che porta all’estinzione della specie. L’Evoluzione è cieca e non pensa al futuro, se così si può dire.
Se però le isole delle Galapagos navigano tra fiumi di inchiostri, per le Isole delle Zanzare non sono stati sprecati che pochi tratti di penna e la cosa che mi colpì di più al tempo è che solo i monaci ne facevano menzione. Questo più di tutto fu il motivo che mi fece rimandare il viaggio in oltre un’occasione: ho una naturale propensione al dubbio, e mi fido più di chi dice le cose per esperienza che di chi le dice per trascendenza… ma come ti dicevo la curiosità vinse su ogni dubbio.
Come sai la mia passione coincide con il mio studio e il mio studio coincide con il mio lavoro e, per quanto la modestia sia uno degli adesivi che mi hanno sempre tenuto incollato alla sedia a studiare voluminosi tomi, il miraggio di poter leggere il mio nome tra i tanti illustri che mi hanno preceduto è stato il motore che mi ha spinto all’avventura.
Quanto mi sarebbe piaciuto dare il mio nome a una zanzara! Una specie di zanzara, si intende.
Devi sapere infatti che più del 60% delle nuove specie di insetti vengono scoperte da amatori e non da professionisti e io che studio le malattie che si trasmettono attraverso le zanzare da una vita non potevo tollerare questo andazzo; a pensarci bene ammetto che possa sembrare strano voler dare il proprio nome ad uno degli insetti più fastidiosi e pericolosi in assoluto, ma pensate ad avere il proprio nome in latino… come Linneo nel Settecento! Fosse anche per un parassita, al tempo credevo che non ci sarebbe stato niente di più importante.
Oltretutto a me le zanzare non piacciono, anzi sono gli animali che odio di più al mondo, forse è proprio per questo che le ho studiate tutta la vita; la domanda che da sempre è fissata in alto nel mio cervello a monito e segnale di direzione nella ricerca scientifica e sempre stata: “come faccio ad ucciderle tutte?” Lo so che detta così può sembrare un’affermazione forte, ma ti ripeto: se avessi l’opportunità le ucciderei dalla prima all’ultima; il solo sapere che le zanzare ti pungono per succhiarti il sangue ripagandoti con una bella malattia mi dà una specie di furore. Sarei capace di uccidere qualunque zanzara-mamma, anche davanti alla zanzara-figlio disabile e allo zanzarone-marito che torna dall’ufficio, io con il mio giornale arrotolato, i capelli lisci e il baffetto pettinato ombra naso, senza la minima traccia di rimorso, schiaccerei qualunque zanzara madre, molto lentamente, con lo scricchiolio dell’esoscheletro che riverbera sulle antenne di tutta la sua famiglia.
Maledette zanzare.
A ogni modo, come sai le zanzare sono una famiglia di insetti dell’ordine dei ditteri e noi entomologi ne abbiamo classificate 3540 circa fino a ora. Pur essendo uno degli insetti che uccide più uomini in assoluto, la sua storia è poco documentata… d’altra parte chi vuole sapere dove è nata o cresciuta ‘sta stronza? L’unica cosa interessante, al massimo, è sapere con quale atroce morte scomparirà dall’esistenza, se ha un sistema nervoso che le permette di provare dolore e una coscienza che le si spalanca un momento prima di morire, in modo da poter aggiungere la beffa nell’estremo saluto. Comunque, questo esapode è da molto tempo che ci mangia, fin dal Mesozoico e, tradotto a livello temporale, sono la bellezza di 250 milioni di anni che questi antipatici esserini dalla bocca puntuta e dai gusti vampireschi ci importunano dalla primavera all’autunno. Queste bastarde dal corpo allungato, esile e verrebbe da dire delicato, sono solitamente di piccole dimensioni, in genere della lunghezza di 3-9 millimetri. La livrea è poco appariscente per non dare nell’occhio. L’apparato boccale è di tipo pungente-succhiante nelle femmine e semplicemente succhiante nei maschi. Nelle femmine, la conformazione degli stiletti boccali è tale da rendere il suo apparato uno dei più perfezionati nel succhiare il sangue, le mandibole sono sottili e allungate a hanno la forma di una lama acuminata e tagliente. Dalla cavità orale sporge la prefaringe percorsa, al suo interno, da un dotto escretore attraverso il quale viene iniettata la saliva. Una volta raggiunto l’ospite, la femmina sceglie il punto da perforare sfruttando i sensilli del labellum del labbro superiore. La perforazione avviene ad opera delle mandibole e delle mascelle fino a raggiungere un capillare sanguigno. A questo punto la zanzara introduce nella ferita tutti gli stiletti boccali, ad eccezione della proboscide. Quest’ultima viene ripiegata e usata come guida, facilitando lo scorrimento degli stiletti. La suzione è preceduta dall’immissione della saliva, attraverso il canale salivare compreso nello spessore dell’ipofaringe. La saliva ha solo una funzione anticoagulante e anestetizzante e soprattutto svolge un effetto rubefacente, in quanto stimola un aumento del flusso sanguigno nel capillare. Lo scopo biologico sarebbe quello di ridurre i tempi di svolgimento della suzione e permettere perciò alla zanzara di completare il pasto prima della reazione della vittima. Il fatto che sia notevolmente irritante per l’uomo è per così dire solo un effetto collaterale. L’uomo attrae le zanzare in base all’emissione di cairomoni, costituiti dall’acido lattico prodotto dall’attività muscolare, in congiunzione all’anidride carbonica e al vapore acqueo emessi dalla respirazione. Ho riscontrato inoltre che le zanzare rilasciano sull’ospite feromoni di aggregazione che hanno un effetto di attrazione su altre femmine; in altri termini, le femmine marcano l’ospite che hanno aggredito lasciando sostanze attrattive capaci di attirare le altre zanzare di sesso femminile.
Ricapitolando: ti succhiano il sangue, ti lasciano una bella malattia, ti fanno venire un’irritazione, e per finire, ti lasciano un cartello con su scritto: “Oh, qui si mangia bene!”
Devi scusarmi, la forza dell’abitudine del professore, sono stato un po’ prolisso ma queste informazioni devono essere chiare, altrimenti il racconto che farò in seguito potrà sembrare una storia di pura fantasia. Come ultima cosa devi sapere che il ciclo delle zanzare può essere “multivoltino”, ovvero con più generazioni. In questo caso il numero di generazioni può variare notevolmente, ma in genere si succedono, nelle comuni zanzare, in 15 generazioni l’anno. Negli ambienti tropicali invece l’avvicendamento delle generazioni è continuo e tieni conto che la durata di vita delle femmine varia da un mese a 4-5 mesi e che il numero di uova deposte può arrivare fino a 500 uova. I conti sono presto fatti quindi: 250 milioni di anni moltiplicato 15 generazioni l’anno, moltiplicato per 500 uova a generazione moltiplicato per tutte le zanzare che risiedono in queste isole… non si può nemmeno immaginare la quantità di mutazioni che la Vita ha operato in queste isole per creare la “zanzara perfetta”.
Maledette zanzare.
Ma ritorniamo al viaggio: ricordo chiaramente che la raccomandazione più pressante che mi dava la guida in uno strano e traballante inglese, era di stare attento ai diversi tipi di saliva (leggi “veleno”) di zanzara. In ogni isola intuii allora, alla maniera di Darwin, che a seconda degli animali presenti le zanzare avevano sviluppato una saliva che permetteva loro di succhiare il sangue con maggiore efficienza, ma il problema era la reazione che differenti tipi di veleno provocavano nell’uomo. La guida infatti mi raccontava che ogni isola lasciava la sua caratteristica “bolla”, alcune isole erano addirittura quasi letali e in un’isola in particolare era proibito perfino mettere piede. Come avrai intuito proprio quest’isola attirò la mia curiosità più di tutte le altre, perché la curiosità è un istinto seppellito nella profondità della mente, là dove i ricordi rimangono appena sotto il livello del conscio. Ed è come quando da bambino mi dicevano che c’era un regalo, quello grosso e rosso con i nastri oro e argento sul tavolo di là in salotto ma che non si poteva aprire: allora la mente mi si svuotava e la vita scompariva, anzi prendeva una sola forma, una sola voglia: dovevo scartare quel regalo.
Cominciai distrattamente a fare delle domande alla guida, cercando di capire quale fosse la natura del divieto e, più la guida parlava, più si lasciava uscire qualche brandello di informazione che la mia mente cercava febbrilmente di comporre in un quadro generale. Questo interrogatorio durò almeno un giorno e mezzo; mentre ero intento alla classificazione delle zanzare intorno all’isola misteriosa, ogni tanto buttavo lì una domanda attinente a quello che stavo facendo ma che riguardava il mistero. L’interrogatorio finì nel momento in cui finì la pazienza della mia guida che, pur non essendo un luminare non era nemmeno stupido, scocciato di dover parlare dell’isola che non si poteva nominare, si chiuse in un imbronciato silenzio e si limitò a portarmi di qua e di là senza dire più niente.
Quello che venni a scoprire comunque era sufficiente a ricavare il seguente quadro generale: questa isola era veramente pericolosa, ogni sua menzione era accompagnata da un gesto scaramantico, solo ai monaci era permesso di andare perché solo loro sapevano come ritornare da lì, qualunque persona si avventurasse in quel luogo veniva lasciata lì a morire senza la possibilità di trovare un soccorso, non già per mancanza di spirito solidale quanto piuttosto per l’impossibilità di trovare un uomo con manie suicide disposto ad andare in soccorso. I monaci la consideravano un luogo sacro: dicevano ai fedeli, in delle specie di messe all’aria aperta, che in quell’isola erano nate le loro divinità, come fosse una sorta di Monte Olimpo a livello del mare, ma dato che nello stesso spazio convivevano sia gli angeli che i demoni, solo i monaci erano in grado di fare il viaggio attraverso quei luoghi e di ritornare indietro dopo aver parlato con l’oracolo divino.
Queste affermazioni, non so perché, mi ricordarono le lontane lezioni di filosofia sul sacro e le parole del professore, il quale mi spiegava che la religione non è affatto l’interprete del divino, quanto piuttosto la difesa dal divino. Chi con la mente si sofferma sul divino, come mi diceva sempre il mio professore, è portato alla pazzia, perché la divinità tutto contiene. La gioia più pura e la paura più tremenda abitano gli stessi luoghi perché il sacro non ha paura della contraddizione, perché il divino tutto si può permettere. Invece nelle menti dei comuni mortali, sempre in fuga dalle proprie paure, c’è bisogno della religione e dei preti. Questi ultimi hanno il compito di arginare il sacro, stanno lì a farci da scudo e a rendere comprensibile quello che non si può comprendere: Dio.
Come puoi ben capire il discorso, seppur fascinoso in maniera metafisica, alla mia mente sembrava invece una specie di sfida lanciata a tutta la comunità scientifica occidentale, dentro di me mi dicevo: “stai a vedere che qui hanno le stesse visioni dell’oracolo di Delfi”. Mi ricordavo infatti di aver letto da qualche parte che studi recenti avevano dimostrato che accanto a dove la Pizia lanciava i suoi vaticini, dei vapori che fuoriuscivano dal terreno erano le principali cause degli stati di trance. Oltre alla curiosità quindi si aggiungeva un mistero scientifico! Devo confessarti però che il mio coraggio vacillò per un istante quando vidi, alla fine del secondo giorno, tornare due monaci dall’isola misteriosa: uno tutto fasciato in vestiti bianchi sorreggeva un altro con il torso nudo tutto arrossato. Il prete nudo aveva gli occhi fuori dalle orbite, occhi terribili con l’iride completamente assente da quanto la pupilla era dilatata. Parlava una babele di lingue tutte in una volta, sbavava e a momenti rideva, a momenti piangeva e a momenti si disperava. Su tutto però stava la furia di ritornare sulla strada appena percorsa e sulla maledetta isola; a fatica il monaco tutto vestito di bianco lo tratteneva, alcuni fedeli intervennero portando acqua fresca, applicandogliela sul capo. L’accesso durò parecchi minuti, i fedeli tutti raccolti in preghiera ascoltavano i vagheggiamenti di questo pover’uomo tutto sudato che ora avevano steso su un altare di pietra in mezzo al villaggio. D’improvviso il monaco smise di agitarsi, si guardò intorno come a cercare qualcosa, mi scorse e fissò gli occhi nei miei… uno sguardo duro al quale non osavo abbassare il mio. Poi alzò lentamente una mano indicandomi, e io vidi, o credetti di vedere, chiaramente l’ombra di un sorriso beffardo increspargli la severa linea delle labbra per un attimo. Poi si afflosciò come un sacco di patate a cui hanno lasciato il legaccio sciolto, e cadde morto stecchito.
Cosa avesse voluto dire quel sorriso io proprio non lo immaginavo, a differenza dei fedeli che come un sol uomo si diressero verso di me; un po’ impaurito rimasi immobile per vedere che cosa dovesse succedere. Allora mi presero gentilmente e mi condussero in una capanna, mi spogliarono e mi misero un vestito simile a quello che portava il monaco appena morto; non sapevo che fare, più di una volta pensai di fuggire ma la gente che affollava il cortile della tenda non mi avrebbe concesso che una breve fuga. Oltretutto accanto a me un altro monaco stava indossando le bianche vesti e cominciai a sospettare quale fosse il viaggio per il quale mi stavano preparando. Dentro di me una risoluzione, che mai più ebbi nella vita, si fece vigorosa, un fuoco impetuoso che usa come comburente l’orgoglio bruciò all’istante la miccia corta e accartocciata della paura: ero stato prescelto certamente per caso, ma ero chiamato a dare una risposta di scienza ad una sciocca credenza. Io con tutta la mia sapienza scientifica avrei piantato un chiodo di verità nel muro della superstizione, frantumando anni di ignoranza per aprire l’orizzonte delle menti di questi selvaggi al fulgore luminoso della scienza. A posteriori ammetto che più che di scienza ero pieno di scemenza; la retorica è quell’arte tutta italiana che riempie le bocche di parole che risuonano più alte di qualsiasi azione si possa intraprendere e per contrappasso rendono ridicolo qualsiasi racconto se ne possa fare.
A vestizione ultimata, tutti i fedeli, con mille cerimonie, ci accompagnarono a una barchetta, mi sistemarono a poppa e il monaco vestito di bianco si accinse ai remi. Il viaggio fu lungo e, dopo molti minuti, ci ritrovammo in piedi sulla spiaggia dell’isola proibita. Mi girai verso il monaco vestito di bianco e domandai con gli occhi: “che si fa?”
Il monaco giunse le mani e si inchinò, mi sorrise e mi indicò con un cenno del capo un sentiero che conduceva verso il centro dell’isola. Mi incamminai. L’isola non era poi così grande, tanto che dopo poco ci trovammo verso quello che doveva essere il suo centro. Su una radura, creata certamente dall’operaio stanco e svogliato che taglia arbusti alla bell’e meglio malcontento della paga e del tipo di lavoro, stava una specie di fontana colma di acqua stantia che pareva essere a metà tra un altare e un trono.
Chissà quanti oracoli, dall’alba dei tempi fino ad oggi, hanno guardato nello specchio delle loro anime ed emesso i più strampalati vaticini credendo di parlare con chissà quale divinità. Ma questa volta la scienza ci si sarebbe specchiata e la scienza si sa, fa la barba al miracolo con il rasoio di Occam, e non inventa “Dèi colpevoli” se può spiegare i fatti con “déi colpevoli”.
Il monaco vestito di bianco con un gesto mi fece capire che potevo procedere, quando una zanzara, nel suo incedere idiota, come di turista che non conosce la lingua del paese che ha scelto di visitare e che non sa bene dove andare, iniziò a volarmi sbadatamente intorno. Allora alzai le mani con l’intento di applaudire a quello stupido svolazzo, quando un’occhiataccia del monaco vestito di bianco fermò le mie mani a mezz’aria. Mi venne in mente che, essendo un’isola sacra, forse anche le creature ivi contenute per osmosi avessero tale divino status e, per non cominciare una guerra santa laddove mi avevano riservato un così grande onore, rinunciai all’odio viscerale che le zanzare da sempre mi suscitano e lasciai che la stordita turista trovasse da sola le sue indicazioni. Ignorai la zanzara e mi diressi verso la fontana, quando una sensazione di orgasmica piacevolezza mi percorse tutto il braccio. La sensazione, impossibile a descriversi, aveva inizio dal gomito, camminava sotto pelle e si spandeva su tutto il braccio, passava dietro le scapole e infine giungeva al cervelletto. Era leggerissima ma di una potenza che mai avevo sentito prima. Cercai il motivo di tanta goduria, storsi il braccio e allora vidi la zanzara che, sazia del mio sangue, si alzava in volo proprio dal punto in cui originava quello che si stava trasformando in un orgasmo vero e proprio. Rimasi scioccato, perso tra i miei pensieri. Poi il respiro si calmò e la mia mente in estasi era placata mentre una sensazione di euforia cominciava a farsi strada nella coscienza. Cominciai a ridere sommessamente: i problemi, gli studi, perfino il monaco e l’isola non avevano più importanza, ero in pace, finalmente mi sentivo tranquillo. Dentro di me la calma parve rallentare il tempo… guardai un’altra zanzara avvicinarsi, credetti ora di capire meglio il tipo di volo che eseguivano, accompagnai con i gesti quella che ormai credevo fosse una danza, una di quelle che si fanno per onorare un ospite a un banchetto, contento che io fossi la portata principale. Anche questa zanzara mi punse ma la sensazione di orgasmo fu più debole della prima volta; da qualche parte il mio cervello mi disse che il mio corpo stava già creando resistenza alla magica “saliva”. Allora mi incamminai verso la fontana alla ricerca di qualche altra zanzara e, al mio avvicinarsi, dalla vasca si alzarono le amorevoli creature, dunque io spalancai le braccia, offrendo il petto alle puntute bocche.
Dopo pochi morsi l’euforia cominciò a trasformarsi in un calmo delirio: la brezza del vento non correva più ignorata sulla pelle, la sentivo accarezzarmi gentilmente, tutti i suoni apparivano ora amplificati e nella trama dei rumori incominciai a sentire l’orditura del creato, una voce di fondo che collega tutto il tessuto dell’esperienza e che riverbera della voce di Dio.
Reso docile da quelle visioni il monaco si avvicinò, mi prese per braccio e mi riaccompagnò alla barca; mi ersi a poppa a guidare l’incedere tra i flutti del naviglio come fossi stato il capitano di una fregata che torna vittorioso, dopo aver sconfitto la sua balena, tra i comuni mortali. Mi accolse la folla dei fedeli e, nel mio delirio di onnipotenza, mi lasciai guidare nella piazza come avevo visto fare prima, salii su un pulpito improvvisato e cominciai a parlare di quello che avevo visto nelle visioni. Raccontai del dio che avevo sentito tutto intorno e di come la “M-Theory” e le undici dimensioni della super gravità, unite alle cinque teorie delle stringhe insieme alle quattro interazioni fondamentali, si combinino per dare una risposta di meccanica quantistica al multiverso nel quale ci troviamo, dal Big Bang ad oggi.
Usai la loro lingua per spiegare loro le più avanzate teorie che i fisici occidentali stavano studiando, o almeno così credevo… Le facce dei fedeli erano attonite: nel momento in cui stavo sul palco ebbro del veleno delle zanzare mi dissi che nei loro visi si era squarciato il velo della superstizione, che le teorie di fisica quantistica con le quali i nostri scienziati più illustri spiegano l’attuale universo avevano aperto loro la mente. Anche se con l’andare del tempo e il mio continuo pensare a quei giorni, sempre più viene alla memoria il ritratto di me che dicevo sciocchezze in quante più lingue ricordavo, passando ora all’una ora all’altra. Una cosa avevo certamente fatto: gli avevo spiegato una immensa figura di M, questa volta in pratica, che la Theory l’avevano capita da loro.
Comunque, alla fine della lunga filippica mi ricordai cosa dovevo fare: spazzai con lo sguardo la folla e vidi un monaco che mi fissava con un sorrisetto malizioso, alzai il dito e lo indicai per dispetto. La folla, come un sol uomo, si girò verso il monaco e lo portò via, mentre altri monaci mi presero e mi portarono in una stanza, mi lavarono e mi fecero sdraiare in un letto all’interno di una piccola cella che chiusero a chiave lasciandomi solo.
Da quando avevamo abbandonato l’isola non erano trascorse che un paio d’ore. L’immensa gioia provata alle prime punture si era trasformata in una placida calma, una pace interiore; il corpo sembrava anestetizzato da un incondizionato senso di piacere, misto a un’esaltazione interiore. Mi stavo isolando dal mondo per poter vivere appieno questa esperienza e ogni problema sembrava essere dimenticato… alla fine mi addormentai.
Non so quanto durò il mio sonno ma il risveglio me lo ricordo chiaramente: le mani mi tremavano involontariamente, un tremore così forte da non poter nemmeno prendere il bicchiere d’acqua che avevano lasciato nella stanza. Cercai di alzarmi ma non appena sollevai la testa una nausea tremenda mi torse le viscere; non avevo mangiato niente dalla mattina e così i conati di vomito servirono solo a farmi dolere gli addominali. Mi trascinai verso la porta e chiesi aiuto, bussando debolmente contro la porta chiusa a chiave ma nessuno accorse. Sentii toccarmi le spalle, mi girai di botto ma la stanza era vuota, mi dissi “è solo un’allucinazione”, ma quello scatto aveva aperto una voragine dentro la mia coscienza, ero nel bel mezzo di una crisi di astinenza. Nausea, vomito, tremore alle mani erano tutti metodi che il mio corpo usava per chiedermi un’altra puntura, ma più di tutti una parte della mia mente, ovvero la parte silente che non ragiona, mi spingeva con la memoria al viaggio sull’isola e alla prima puntura. La mia mente razionale ora capiva perché quell’isola era proibita, mentre la mia mente istintiva chiedeva a gran voce un’altra dose, visto che non gliene fregava niente dello studio, del dolore, della vita di merda che avevo condotto fino a quel momento: quello che importava era un altro viaggio a fianco del dio-natura, un altro viaggio di pace.
Vinse l’istinto, del resto la mente razionale nulla può fare quando la bestia che è in tutti noi si scatena. Mi scagliai contro la porta ma, debole com’ero, inciampai e caddi in avanti, sbattendo la faccia contro la porta, sentii il sapore metallico del sangue sulla bocca, mi alzai tremando e lo sputai sullo stipite. Non so per quanto tempo urlai imprecazioni ai monaci, che sembravano essersi dimenticati di me, ma la perdita di sangue mi vinse e svenni. Al mattino mi ritrovai bendato, mentre sul comodino era stato lasciato del cibo: buttai tutto all’aria e continuai in questo modo per una settimana, chiedendo a gran voce che mi riportassero sull’isola. Cercai anche in ogni modo di convincerli a farmi uscire: promisi soldi, minacciai di denunciarli tutti, piansi calde lacrime e nel delirio promisi pure favori sessuali in cambio di un viaggio. Alla fine, reso apatico dal digiuno, smisi di fare tutto e caddi in una depressione nerissima, mi accucciai in un angolo tra i miei escrementi e lì rimasi. Quando ricominciai a mangiare qualcuno venne ad aprire la porta senza farsi vedere. “Sono libero”, pensai allora, “le crisi fisiche sono passate, non ho più la droga nel mio corpo quindi sono guarito”, o almeno così pensavano i monaci, suppongo.
Ero comunque magrissimo e senza forza e la guida, tutta orgogliosa di stare alla presenza di un oracolo, mi venne a prendere e mi accompagnò al traghetto che mi avrebbe portato a casa, sostenendomi per un braccio. Io mi lasciai aiutare senza la minima vergogna, anche perché non me la sarei potuta permettere, viste le mie condizioni fisiche; la mente razionale aveva ripreso il sopravvento e capiva che restare in quelle isole avrebbe significato una sola cosa:
la morte.
Ho compreso perché in quelle isole mi dicevano: “una volta che ti droghi non torni più indietro”. Nei traballanti cento metri che mi separavano dal villaggio al traghetto non feci altro che guardare verso quell’isola maledetta e capii che, come sapevano bene i romani: “GUTTA CAVAT LAPIDEM”, ovvero “la goccia scava la roccia”.
Qualsiasi volontà, per quanto granitica e solida, può essere spaccata da una goccia di vizio, una goccia di saliva.
Certo capirai che adesso le zanzare non mi fanno più schifo e se una si avvicina le offro la mia vena più grande… non si sa mai.
